Pane e libertà. O della cugina povera rimasta vedova

Pane e libertà: la cugina povera rimasta vedova. Questa è la storia o, meglio, il tema che vorrei qui vivificare in tempi di campagna elettorale.

«Per sei famiglie italiane su 10 il tema del carrello della spesa o del caro bollette è prioritario rispetto a qualsiasi altra questione», in cima ai pensieri dei cittadini ci sono i timori dell’inflazione e del razionamento dell’energia. Così rilevano i sondaggi di opinione[1], i quali, come è noto, al di là della loro perizia tecnica nel descrivere le opinioni della società, contribuiscono a costruirle[2]. Simili timori del cittadino comune non dovrebbero essere trattati con supponenza, ma, d’altra parte, è bene che siano considerati nel contesto di una società che suole dirsi democratica e difendersi come tale. E qui il discorso pubblico non può banalizzare il tema della libertà, anche a costo di rimettersi a viaggiare in quel mare aperto e insidioso evocato dalla parola “libertà”: tanto quella degli antichi, quanto quella dei moderni, sia essa “libertà di” o “libertà da”, “libertà positiva” o “libertà negativa”[3]

Ben sappiamo quanto la libertà di ciascuno abbia dei limiti: limiti dati dalla libertà degli altri e dal danno che la libertà di ciascuno può procurare agli altri, come è stato teorizzato in modo esemplare, già a metà Ottocento, da un liberale classico come John Stuart Mill, padre di quell’utilitarismo che pure riconosceva in cima alla sua dottrina che “nessuno è miglior giudice di se stesso nel definire i suoi interessi di libertà”[4]. Ma il principio di Stuart Mill, tanto invocato (e strumentalizzato) dai sapiens  e dai minus sapiens dei nostri giorni, costituisce l’inizio e non la fine del discorso sulla libertà, specie in una società che si vuole democratico-pluralistica, fatta di maggioranze e minoranze, di costituzioni e di culture che intendono tutelare proprio il pluralismo (delle idee, degli interessi, dei valori), i diritti e le libertà; una società dove la tutela è posta anzitutto a difesa delle minoranze, temendo la “dittatura della maggioranza”, ovvero il fatto che the winner takes all – anche se pare che per molti tale timore valga solo nei giorni dispari, dato che lo si dimentica o respinge nei giorni pari.

Un mio caro collega, Sergio Belardinelli, sociologo all’Università di Bologna, ha recentemente affrontato la questione della libertà e dei suoi limiti in un articolo[5] dove, tra l’altro, lamenta il bisogno di una bussola morale per districarci nei complicati i rapporti tra individui, società e libertà. Capisco l’argomento, e in parte lo condivido. Ma non posso fare a meno di sottolineare come nelle nostre società a mancare sia soprattutto una bussola politica, dato che le stesse questioni morali sono, in ultimo, questioni densamente politiche, e perciò questioni immerse nella dimensione del potere e nel “campo” dei rapporti di forza. La libertà è oggi un problema. Più aperto che mai. Riconoscere da dove il problema derivi è un compito di intelligenza, di onestà e di realismo politici e culturali (oltre che morali). Detto compito, non nascondiamocelo, è particolarmente arduo: esposto al “fuoco amico” e non solo a quello del nemico della libertà, poiché quasi nessuno si dichiara nemico della libertà.

 

  1. La libertà. Cara nei giorni pari, maltrattata in quelli dispari

 Nella campagna elettorale in corso nel nostro Paese, così come nelle prime pagine dei giornali, la crisi pandemica (un capitolo del rifacimento dell’ordine civile interno)[6] e quella della guerra russo-ucraina, (un capitolo del conflitto di rifacimento dell’ordine internazionale liberale)[7] fanno solo fugace capolino. Così, nel dibattito pubblico faticano a trovare un’attenzione che duri più di qualche ora proprio quelle crisi che negli ultimi tre anni hanno catalizzato la discussione in tema di giustizia e di difesa della libertà, sia pure da posizioni differenti e persino contrapposte. Di ciò, a ben considerare, non c’è da stupirsi più di tanto: la questione della libertà, infatti, occupa ormai una posizione scomoda nel panorama e nella narrazione sulla crisi delle e nelle società liberaldemocratiche. Non ci si lasci sviare dai rumors né dalle rigide ed elusive contrapposizioni tra società aperta (occidentale) e dittatura (orientale), tra democrazia da una parte e populismo dall’altro, tra europeismo-Ue e sovranismo, tra civismo e solidarismo illuminista “pro vax” da un lato e cinismo ed egoismo oscurantista “no vax” dall’altro. Nella società contemporanea la libertà, intesa come pratica e come valore di giustizia, non gode di buona salute. Punto. Perché? Allunghiamo la vista.

Nel maggio del 1953, un nutrito gruppo di organizzazioni sindacali francesi e spagnole indice una riunione alla Camera del Lavoro di Saint-Etienne. Il tema della discussione è “Difesa della libertà”. Tra gli invitati c’è Albert Camus, il quale tiene una conferenza di cui voglio richiamare qualche passaggio interessante per il mio argomento.

Prendiamola un po’ alla larga. Marx riteneva che, eccetto che per pochi privilegiati, la libertà non fosse possibile nella società borghese della sua epoca, dove uomini, donne e bambini conducono un’esistenza inchiodata al lavoro, allo scopo di provvedere ai bisogni elementari della vita. È una questione di giustizia. Ma se la pancia è vuota, dopotutto, è difficile darsi pensiero per la libertà, recita l’argomento di Marx che Camus, non esattamente marxista, ben comprende. Ma, si chiede Camus, questo forse porta a mettere sotto accusa il valore della libertà? O una società tutta, o soltanto la classe dirigente che consente un tale stato delle cose? Qui sta il nostro busillis.

Di acqua ne è passata sotto il ponte che dalla società contemporanea a Marx ha portato alla nostra: i tempi sono via via cambiati, le società si sono trasformate, la vita di buona parte della popolazione (almeno in alcuni pezzi di mondo) è diventata mediamente più dignitosa, se non agiata; il ceto medio ha tendenzialmente preso il posto del proletariato, molti bisogni (e non solo quelli elementari) sono andati progressivamente soddisfatti (anche se altri, di differente natura, sono sopraggiunti). Ebbene, ancora oggi, nelle società sviluppate e del benessere diffuso (benché diseguale), nel nostro pezzo di mondo, la libertà non è ascesa al trono dell’attenzione e della cura collettiva, è rimasta una suddita. Sono di questo tipo le considerazioni che un Camus farebbe oggi a maggior ragione. Già tre quarti di secolo fa, infatti, Camus giudicava i maltrattamenti della libertà come i segni di una barbarie che squalificano lo stesso sviluppo economico e il diffondersi del benessere materiale e sociale.

Nella conferenza di Saint-Etienne troviamo un Camus intellettualmente offeso dalla “scena spirituale” che osserva ai suoi tempi. Non mancavano allora, come non mancano oggi, uomini di cultura che annunciano, bonari e concreti, come alla gente che lavora interessi il pane, e soltanto il pane (e al massimo anche il circo), mica la libertà: egli ne conosceva ai suoi tempi, noi ne conosciamo oggi. Camus ha ben presente la Leggenda del Grande Inquisitore di Dostoevskij[8], ma, perplesso, guarda oltre. Nondimeno, quell’affresco del russo di sapore realistico-michelangiolesco, e avvolto nell’ombra, ci sbatte in faccia un ritratto spietato, se non tragico, eppure umanissimo; resta, però, il fatto che esso rimane indigesto a chi, come Camus, non si rassegna alla libertà ridotta a orpello più o meno futile, quando non sfigurata e dileggiata, svilita o accartocciata, e in fondo abbandonata a un destino che intristisce ogni giustizia.

1953: carri armati a Berlino est contro le manifestazioni operaie; la grande multinazionale statunitense General Electric annuncia che tutti i dipendenti comunisti verranno licenziati. È lo stesso anno in cui Camus tiene a Saint-Etienne la sua conferenza sulla libertà[9]: «Da noi in Europa occidentale, per esempio, la libertà è ufficialmente ben vista. E tuttavia mi fa pensare a quelle cugine povere che si vedono in certe famiglie borghesi»; così ci imbattiamo in quella “cugina povera” che, rimasta vedova, ha perduto chi la proteggeva; viene accolta dai parenti, che le danno una sistemazione in soffitta e la lasciano mangiare in cucina; i parenti «Ogni tanto, la domenica, si fanno vedere con lei, per mostrare che sono gente virtuosa e che non sono cattivi. Ma per il resto, e soprattutto nelle grandi occasioni, è pregata di tenere la bocca chiusa». Se questo è il trattamento della cugina-libertà in Occidente, «A Est va detto che sono più schietti. La cugina l’hanno liquidata una volta per tutte, mettendola in una cella chiusa a doppia mandata. Pare che la tireranno fuori fra mezzo secolo, quando si sarà definitivamente instaurata la società ideale». (E noi sappiamo come è andata poi a finire).

Queste di Camus sono parole taglienti. Specie se consideriamo il fatto che sono pronunciate da un intellettuale non esattamente marxista e men che meno comunista, di sensibilità liberale e “progressista”, genuinamente schierato a difesa dei valori proclamati dai regimi democratici occidentali, e contro i regimi “illiberali” del socialismo reale. Per di più, sono parole pronunciate sotto i venti della Guerra Fredda, nel bel mezzo delle contrapposizioni ideologiche e politiche tra “mondo libero” e “dittatura comunista”. E sono parole che dovrebbero oggi fare riflettere seriamente. Chissà quali reazioni, quale trattamento pubblico e mediatico subirebbe, oggi, qualcuno che osasse prendere posizioni del genere? La domanda è retorica. Tanto vale, allora, non lasciare implicita la risposta: screditamento o silenziamento, data la povertà di senso critico che spadroneggia nel giudicare lo stato di salute del “mondo libero”. Sto esagerando e naufragando nel pessimismo storico o cosmico che sia? A ciascuno la sua reazione. Io, senza sbraitare, fino a nuovo avviso seguo la mia via.

Torniamo all’autore de La peste e de L’uomo in rivolta, qui in veste di conferenziere. Camus mostra una forza intellettuale che gli consente, con non poco coraggio, di parteggiare per la libertà (e la giustizia sociale che rende eguali nella libertà), e di schierarsi con il “suo mondo” senza che il “suo giudizio” e l’analisi con cui ritrae i due poli ideologici della “sua epoca” scivolino paralizzati nella trappola del “Wright or wrong, my democracy!”. Cosa chiedere di più a un intellettuale che pensa e discute di politica, e interviene nella sfera pubblica?

Ma non divaghiamo, non perdiamo di vista il “nostro Camus”. Per il mio argomento sono ancora più significative due ulteriori sue considerazioni. In primo luogo, egli osserva che la concezione della “libertà-cucina” e quella della “libertà-cella” entrano tra loro in competizione, ma finiscono per abbracciarsi, dato che giocano al ribasso sulle sorti della “cugina libertà”: «non è difficile capire come la nostra storia sia più quella dell’oppressione che non della libertà, e che il mondo in cui viviamo è quello che vi abbiamo appena descritto». Chiediamoci: perché questa sorte della libertà? Accusare i governi e i gruppi di potere ai vertici della piramide sociale (che siano “poteri forti” o “poteri invisibili”) può anche sembrare cosa troppo semplice e comoda, ma non per questo infondata: piuttosto, è una “verità” parziale, e perciò non poco “distorsiva”. Ma, dopotutto, quale verità è immune da questo limite, al punto da ambire a essere La Verità?

Per Camus, a fianco dei governi e delle “élite del potere” c’è dell’altro che segna la sorte della libertà. Ed è proprio questo “altro” che, soprattutto, sfibra il suo cuore e la sua testa, e in ultimo dispera. E arriviamo alla seconda considerazione camusiana di cui dicevo sopra e che mi preme porre in rilievo. Seguendo Camus, possiamo infatti dire: se la libertà avesse avuto contro soltanto governi ed élite bastanti a tenerla ai margini della vita sociale, nel corso della storia essa non avrebbe incontrato quei momenti di slancio di cui pure si è nutrita (benché solo temporaneamente e parzialmente); se il freno di governi ed élite fosse bastante, l’anelito della libertà avrebbe già da un pezzo preso congedo dalle vicende umane. Se tale aspirazione si è oggi tanto affievolita, questo è il punto, ciò è dovuto anche ad altro: se «oggi la libertà è vedova» è perché «è vedova di tutti noi».

La libertà, afferma Camus, «sta a cuore agli oppressi ed è dai popoli oppressi che per tradizione sono sempre emersi i suoi difensori». Così ai tempi dei Comuni nell’Europa medioevale, così nei villaggi e nelle città ai tempi della Bastiglia, cosi nell’Ottocento del movimento operaio: a opera, giova precisare, di contro-élite, intellettuali e mobilitazioni popolari massicce, che hanno voluto e hanno saputo sfidare i “vecchi regimi”, gli equilibri e i privilegi governati e difesi dalle loro classi dirigenti; che hanno voluto e saputo sostenere il peso di azioni faticose e rischiose sempre necessarie, anche se solo talora sufficienti; azioni, tipicamente, impastate con la violenza, che non è solo un convitato di pietra quando si tratta di fare i conti con l’ordine sociale definito dai vecchi regimi, ovvero quando la questione è tentare di modificare o lasciarsi alle spalle l’ordine, il potere e il diritto costituiti.

 

  1. Pane e libertà

Camus contesta la contrapposizione tra “pane e libertà” arringata dal Grande Inquisitore dostoevskiano: «Se qualcuno vi toglie il pane, sopprime contemporaneamente la vostra libertà. Ma se qualcuno vi strappa la libertà, sappiate che anche il vostro pane è minacciato, poiché non dipende più da voi e dalla vostra lotta, ma dal buon volere di un padrone». È, questa, la libertà come autonomia e come autodeterminazione: tanto dei popoli che convivono nella comunità internazionale, quanto degli individui che convivono in una comunità politica – una libertà all’insegna della “convivenza tra diversi”. Caro Camus, se non ti ho equivocato, concordo. Ma l’argomento del Grande Inquisitore è potentissimo: getta luce penetrante nell’oscurità delle vicende umane, nella storia dei rapporti tra le masse e le élite, nelle dinamiche del potere e del governo delle collettività organizzate – per quanto tale luce possa risultare sinistra o desolante.

Il mondo del Grande Inquisitore funziona senza aver bisogno di un Grande Fratello, perché, a suo modo, riesce a dare una risposta alle comunità umane e alle sue masse, una risposta messa in pratica attraverso la comprensione e la gestione del funzionamento di meccanismi sistemici elementari, ovvero del funzionamento del sistema-società. La politica come “campo di azione” di soggetti e di forze s’ingrana e opera in questo sistema. Questo fenomeno è stato colto, con acume quasi profetico, da Tocqueville in La democrazia in America, con riferimento alle “società nuove” partorite ai tempi della rivoluzione democratica e sullo sfondo della rivoluzione industriale. Ad esempio, quando rileva che «gli uomini delle democrazie sembrano in moto…, ansanti, pronti a mutare di volontà e di posto, ci si immagina che essi vorranno abolire improvvisamente le loro leggi, adottare nuove fedi e assumere nuovi costumi».

Ma, invero, Tocqueville non teme il “disordine delle rivoluzioni”, bensì un altro pericolo. La sua analisi-diagnosi  e i motivi delle sue preoccupazioni di liberale vecchia maniera, ma che fa i conti con il presente-futuro che egli intravede, possono essere riassunte con le sue stesse parole: «Se i cittadini continuano a rinchiudersi sempre più strettamente nella cerchia dei piccoli interessi domestici e ad agitarsi senza riposo, si può temere che essi finiscano per diventare quasi inaccessibili alle grandi e potenti passioni politiche, che turbano i popoli, ma che li sviluppano e li rinnovano. Quando vedo la proprietà divenire tanto mobile e l’amore della proprietà così inquieto e ardente, non posso non temere che gli uomini giungano al punto di vedere ogni nuova teoria come un pericolo, ogni innovazione come un turbamento noioso, ogni progresso sociale come un passo verso una rivoluzione e che rifiutino interamente di muoversi per timore di essere trascinati. Io temo, lo confesso, che essi si lascino, infine, dominare da un fiacco amore per i beni presenti, che l’interesse per il loro avvenire e per quello dei loro discendenti scompaia e che preferiscano seguire pigramente il corso del loro destino più che fare, all’occorrenza, uno sforzo energico e improvviso per rimetterlo sulla giusta via»[10].

 

  1. Masse, potere e cortigiani in salsa democratica

Come non pensare, mutatis mutandis, alle masse di comuni cittadini delle democrazie del nostro tempo? E come non vedere che, per lo più, essi continuano a rinchiudersi nella cerchia dei loro piccoli interessi particolari? Il piatto è servito, e la libertà asservita. La narrazione della crisi e il potere della crisi fanno la loro parte, oggi come in passato[11]. La campagna elettorale per quell’Italia che andrà al voto il 25 settembre non è altro che un piccolo episodio di una storia più grande, che forse ha persino smesso di aspettare di essere smentita. La legge della fuga dalla libertà, sottile e sfuggente, ma dura, è attiva tra di noi. A dispetto delle apparenze.

La contesa di queste settimane tra cartelli elettorali del gioco democratico, costruita sul paradigma della crisi/paura multipla, ha due effetti principali.

Il primo effetto è quello di rinsaldare l’autoreferenzialità della politica dei professionisti e dei carrieristi[12]: apparentemente, sovrani che hanno preso il posto dei sovrani di cui avrebbero dovuto essere i rappresentati, essi si sono vieppiù smascherati, palesandosi cortigiani di terza o quarta fila nelle stanze di un potere che non vuole tanto “contare” (se non quando è richiesto), bensì “pesare” (e che perciò necessita, in democrazia, talora di contare); i cortigiani hanno indubbiamente le loro “mansioni di potere” da espletare; possono, in un qualche modo, conferire con i signori potenti, e talora anche litigarci; ma si sono consacrati alla cortigianeria, e questa riserva a loro una certa rendita.

Il secondo effetto della pratica del gioco elettorale si rivela essere quello di alimentare quell’impoverimento del tessuto sociale (che già corre per suo conto) e di disgregarlo, inducendo crescenti quote di cittadini a estraniarsi dalla “politica ufficiale”, a non recarsi nemmeno alle urne, una volta compresa la “bassa portata”, lo scarso peso, del loro voto; così la partecipazione al gioco democratico, volta dopo volta, aggiorna il suo minimo storico, giunto ormai a livelli deprimenti per una sedicente democrazia elettorale.

Il velo democratico di una sovranità della volontà polare è ormai strappato, tanto si è assottigliato nel tempo. E non c’è più nemmeno lo sberleffo sghignazzante del bambino che indica: “Guardate! Guardate! Il Re è nudo!”. Già… Ma quale Re? I re oggi non portano in testa corone e non vanno in giro con manti di velluto cremisi foderato di ermellino, e perciò come fare a riconoscere chi siano? Suvvia, abbiamo mangiato tutte le foglie, anche questa. Insomma, chi mai sarebbero questi fantomatici re del presente? Non esistono più, lo sappiamo, sì lo sappiamo anche noi. Noi che (come no?!) siamo adulti, e vaccinati. Non è più il tempo delle favole. Ma che non sia più neppure il tempo del potere e delle élite del potere mi pare proprio la più raffinata delle favole che sia mai stata raccontata. Tenetevela stretta stretta, se vi è utile. Favola per favola, mi tengo quella della libertà. Se non fosse che, intanto, anche la fuga dalla libertà galoppa.

 

P.s.: «Ho sempre pensato di non dover rendere conto a nessuno, se non a scienza e coscienza. Dove per scienza intendo i miei studi e per coscienza la mia fede. Del potere non ho mai avuto soggezione»[13]. Così Lorenza Carlassare, studiosa di diritto costituzionale, scomparsa negli scorsi giorni. Non sempre ho condiviso i giudizi di Carlassare in tema di politica & costituzione. Nondimeno, in queste sue parole trovo una sintesi efficace di ciò che penso si debba intendere per libertà in senso pieno. Cioè per libertà politica.

 

NOTE

[1] Vedi ad esempio il “Corriere della Sera”, 24 agosto 2022.

[2] Vedi G. Nevola, Lo studio della cultura politica, in “Quaderni di Scienza Politica”, 2, 2017.

[3] Sul punto sono di riferimento B. Constant, La libertà degli antichi, paragonata a quella dei moderni (1819), Einaudi, 2001; I. Berlin, Quattro saggi sulla libertà, Feltrinelli, 1989.

[4] Vedi J. Stuart Mill, Saggio sulla libertà, Il Saggiatore, 1981.

[5] S. Belardinelli, La libertà individuale e i suoi limiti. L’idea di controllare la complessità che regola la società è un’illusione, in “Il Foglio”, 24 agosto 2022.

[6] Del tema mi sono occupato in diversi articoli presenti sul sito “Tempi difficili”.

[7] Vedi G. Nevola, È guerra tra Ucraina e Russia. Lunga crisi dell’ordine internazionale liberale e tramonto della “fine della storia”, in “Tempi difficili, 22 aprile 2022, e in “Sinistrainrete”, 11 maggio 2022.

[8] Al riguardo rimando a G. Nevola, Dialogo tra Potere e Libertà. Lo sguardo del vecchio russo sui nostri tempi, in “Tempi difficili”, 21 dicembre 2021.

[9] Tutte le citazioni di Camus sono tratte da: A. Camus, Il pane e la libertà, in Id., Conferenze e discorsi, Bompiani, 2020.

[10] Questa e la precedente citazione sono tratta da A. de Tocqueville, La democrazia in America, Einaudi, 2006.

[11] Sul tema vedi G. Nevola, Potere della crisi e retoriche dello screditamento, in “Tempi difficili”, 18 agosto 2022 e in “Sinistrainrete”, 23 agosto 2022.

[12] Vedi R. Michels, La sociologia del partito politico, il Mulino, 1966.

[13] Così Lorenza Carlassare, studiosa di diritto costituzionale, scomparsa negli scorsi giorni. Non sempre ho condiviso i giudizi di Carlassare in tema di politica & costituzione. Così, ad esempio, non voglio nascondere come le stesse costituzioni abbiano, oggi e storicamente, un rapporto assai ambiguo con la libertà. Nondimeno, in queste sue parole trovo una sintesi efficace di ciò che penso si debba intendere per libertà in senso pieno. Cioè per libertà politica. La citazione è presa dall’articolo Lorenza Carlassare, una donna libera per la Costituzione, in “Il Fatto Quotidiano”, 22 agosto 2022.


Pubblicato su questo sito il 27 agosto 2022

One Reply to “Pane e libertà. O della cugina povera rimasta vedova”

  1. La Libertà, connessa a giustizia, é ancora un fondamento costituzionale? il prof. Nevola critica la nostra classe politica immobile, orba di spirito oggi più ancora che ai tempi del Manzoni. Verissimo, ma come sostiene il nostro autore, siamo senza una guida teorica da tempo. In un tempo antichissimo, negli anni delle targhe alterne, si alzò il grido d’allarme di Ugo la Malfa, un richiamo di sapore mazziniano ai doveri: parlamento silente e inflazione a due cifre. Votiamo ma consapevoli del fatto che il messaggio gramsciano ha cambiato segno: al novello pessimismo della volontà si risponde con la ragione.

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