Bagatelle sull’elettore e sulla democrazia

Bagatelle sull’elettore e sulla democrazia, con il seguente avviso ai naviganti. 

 Le bagatelle sono bagatelle[1]… Ma chi legge non si fissi sul dito, si volga a ciò che indica.

Qualcuno, giustamente, osserverà: “ma il mezzo è tutto!”. Lo sappiamo… può essere. Ma resta sempre, come dire?, un “mezzo”. Talora la polisemia di una lingua è un tesoro insospettato, a saperci giocare un po’. E io sto giocando in italiano.

 

  1. ATTO PRIMO. L’INCANTO

Il signor Antonio era un barbiere di eccezionale bravura. Aveva la capacità di parlare con tre, quattro clienti per volta, facendo la barba a quello che gli stava sotto le grinfie senza procuragli il minimo graffietto. E si voltava, si voltava continuamente. Si può dire che la faccia del cliente non la guardasse: la conosceva a memoria, in tutte le sue pieghe. Era forse l’unico barbiere al mondo che poteva vantarsi di non avere mai graffiato, in tanti anni di lavoro, un solo cliente. La sua fama aveva da tempo varcato i confini del paese: alcuni clienti venivano anche da fuori. Quello di parlare troppo non era il solo difetto che avesse. Ne aveva uno più grave: credeva di possedere la scienza e si sentiva in dovere di comunicarla agli altri, ai quali non concedeva l’opportunità di fare osservazioni. Pare che nessuno mai si fosse permesso di fargli notare che aveva detto una sciocchezza.

La politica era il suo cavallo di battaglia. Il signor Antonio viveva immerso nella politica. Naturalmente aveva le sue idee che contrastavano con quelle di tutti i partiti operanti in paese: perciò si dichiarava indipendente. Per le elezioni non appoggiava alcun candidato e il suo voto rimaneva veramente segreto. Era quella forse l’unica volta in cui i paesani non venivano a conoscenza dei fatti suoi. Il signor Antonio ne soffriva, ma la segretezza del voto per lui era una cosa sacra e inviolabile. Quando entrava in quelle cabine improvvisate e traballanti provava un’emozione unica. Eseguiva l’operazione con somma religiosità. Una volta entrato nella cabina, si assicurava che nessun curioso si trovasse nelle vicinanze; quindi procedeva a un rapidissimo ripasso di quanto tutti i candidati avevano detto nei comizi.  Finalmente dalla zona comando del suo cervello giungeva l’ordine. Segnava con cura la crocetta e scriveva i numeri di preferenza. All’uscita dalla sezione in cui aveva espletato il diritto-dovere del voto, il viso mostrava l’evidenza della sua soddisfazione. Era un avvenimento eccezionale per lui: si sarebbe recato a votare anche morto. Durante le campagne elettorali seguiva i comizi, ascoltava pazientemente chiunque avesse qualcosa da dire[2].

 

2. ATTO SECONDO. IL DISINCANTO

Democrazia?

Questo è quanto.

A parte qualcos’altro che non conta, a parte l’emozione del momento

che svanisce in un momento.

Democrazia?

Questo è quanto.

A parte un desiderio mai rimosso, a parte che non voglio e che non posso fare tutto e farlo adesso.

L’illusione di cambiare può bastare per star bene
Per cambiare può bastare l’illusione di star bene.

Democrazia?

Questo è quanto.

Ho accumulato il giusto buonumore, ho accumulato il giusto disincanto
non è tutto ma è già tanto.

Democrazia?

Questo è quanto.

A parte la paura di sbagliare, a parte che ogni scelta fa un po’ male
quasi come un colpo al cuore

L’illusione di cambiare può bastare per star bene
per cambiare può bastare l’illusione di star bene [3].

 

  1. ATTO TERZO. DEMOCRAZIA, QUESTO LAMPADARIO DI PAROLA

Il protagonista (rivolto alla servitù domestica):

Non pensate quello che io so che state pensando. Io lo so che state pensando… State zitti, là… Che, scherziamo? E tu perché parli? È tua questa campanellina qua? È mia… allora me la voglio sentire quando mi pare e piace! E tu statte zitta, fatte i fatti tuoi e non parlare… hai capito? Ma che ti vuoi rovinare la carriera? Non sei interrogata, non rispondere, se non ti interrogo non rispondi mai, e zitta… che se vi ho adunati qua… c’è una ragione…

Eh… La democrazia… la democrazia… questa parola, questa parola fatata… questa parola alluminata… questa… questo lampadario di parola… che tutti, che tutto il mondo, il mondo… questa democrazia che dice… uomini con tanto di barba che parlano di questa democrazia… Cos’è?… Eh? Cos’è… questa… questa… democrazia? Cos’è… No. Non è vero, non è vero… dice… sì… questa democrazia, dico… io capisco quello… voi adesso, voi adesso dite ‘adesso tu perché stai… e noi stiamo…’ … oh… oh no cari miei, no no no no… No! Che significa?… che significa?… Vuol dire voi siete lavoratori, addovete lavorare, dovete lavorare e io sono il datore di lavoro, e se non c’è il datore di lavoro, il lavoratore che fa? Come se non c’è il lavoratore, il datore di lavoro a chi lo dà il lavoro… Quello è un lavoro che… Questa democrazia… che voi non capite! Eh, che significa? Significa, vuol dire che voi… voi vi tenete la roba vostra, e lasciate stare la mia sennò sono pasticci…[4]

NOTE

[1] «In campo musicale il termine bagatella (oggetto di poco valore) indica una composizione breve e vivace, di carattere leggero, in genere presentata dall’autore come opera di scarsa importanza. Per lo più destinate agli strumenti a tastiera, le bagatelle non obbediscono ad alcuna regola precisa. Uno dei primi compositori che utilizzarono questo titolo fu F. Couperin che l’introdusse fra i suoi brani per clavicembalo. In seguito, nella seconda metà del ‘700 vennero così intitolate le raccolte di brani brevi, vari e senza pretese. Ma è solo con Beethoven e le sue tre raccolte di Bagatelle per pianoforte op.33.119 e 126 che queste composizioni raggiungeranno un valore artistico di alto livello», tra le quali si annovera “Per Elisa”. «Il numero di bagatelle prodotte sino alla fine dell’800 è considerevole», tra queste, «la Bagatella senza tonalità di F. Listz, scritta nel 1885 ma scoperta solo nel 1956. Prima opera che faccia quasi a meno della tonalità (venticinque anni prima di Schoenberg), questo brano profetico è tutt’altro che secondario, e van ben oltre, quindi, la forma libera della bagatella, pur conservando brevità e vivacità. Nel ventesimo secolo, le Quattordici bagatelle per pianoforte op.6 di Béla Bartok si attengono ancora fedelmente alla definizione del genere. Per contro, con le Sei bagatelle per quartetto d’archi, op.9 di Anton Webern, da annoverarsi fra le opere maggiori del secolo, il titolo evoca ormai solo la brevità di una forma non molto rigorosa». Citazione da “La bagatella”, voce reperibile sul sito “Musica Colta”.

[2] Brano tratto dal racconto intitolato “Il comizio”, in A. Russo, Un’isola che scotta, Editrice Massimo, 1977.

[3] Testo (con piccole modifiche) della canzone “Questo è quanto”, scritta e realizzata dagli Acustimantico.

[4] Tratto da una scena de “I casi sono due”, commedia scritta da Armando Curcio e interpretata da Peppino de Filippo. La trascrizione non rende giustizia alla performance attoriale di Peppino: reperibile su youtube, e da non perdere.


Pubblicato su questo sito il 5 settembre 2022

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