La politica e il mondo guasto. O dell’eresia della ragionevolezza

La politica e il mondo guasto. O dell’eresia della ragionevolezza*                                                                                                                                                                                                                                                                

L’uomo è uno zoon politikon. La sfera politica è quella sfera della vita sociale che si occupa della gestione della convivenza tra diversi. Tale sfera è qualificata da una peculiare logica dell’agire umano imperniata sul governo dell’ostilità tra gli uomini. Conflitto e regolazione del conflitto sono due facce della medesima medaglia: due facce della convivenza tra diversi. A dispetto di come solitamente viene intesa e immaginata, la politica non è riducibile a quell’“insieme di attività politiche” che si svolgono all’interno delle istituzioni politiche. La politica, cioè, non si esaurisce in un complesso di processi, organizzazioni, attori e luoghi specializzati (ad esempio, parlamenti, governi, ministeri, partiti) a cui formalmente compete la funzione che un influente politologo novecentesco ha chiamato assegnazione autoritativa dei valori in una società[1]. E tuttavia, tanto in ambito colto e accademico, quanto nell’opinione pubblica e nel senso comune, quando ci si riferisce alla politica si tende a pensare e a parlare proprio di questi luoghi specializzati e di coloro che vi operano come professionisti e/o detentori di cariche pubbliche e formalmente riconosciute. Perciò, quando consideriamo la politica non è sensato prescindere dall’immagine della politica come “quella serie di cose che fanno loro, i politici”, ovvero le istituzioni in cui essi operano (partiti, parlamenti, governi, ecc.). D’altra parte, la politica circoscritta in questo modo è la politica la cui credibilità risulta oggi piuttosto malmessa, sia agli occhi del cittadino comune che a quelli dell’esperto della materia. E così, alla fine, quella “cosa” che porta il “nome” di politica è ridotta a un barcone che naviga a vista, tra scogli e secche, impegnato in acrobatiche manovre per stare a galla e andare, bene o male, avanti. Di questa immagine corrente della politica, sebbene essa sia fuorviante e limitativa, non possiamo non tenere conto.

I. Vincere non significa convincere

Alle élite e al ceto politico della “democrazia costituita”[2] non mancano voce, risorse e strumenti per proclamare, diffondere e difendere quelle che vengono presentate come la direzione di marcia da seguire o le soluzioni dei problemi che attanagliano la vita della società. Ma vincere non significa convincere.

Nell’epoca del mondo globalizzato (moderno, post-moderno o iper-moderno che sia) da una grande parte dei cittadini arrivano segnali che richiedono di essere decifrati. Non inganni il quieto vivere in cui sembrano spesso immersi giovani, adulti e anziani: la loro è sonnolenza, apatia; è disinteresse o pragmatismo e strumentalismo della giornata (anche se la giornata può durare un’intera vita). Il punto è che alla politica delle istituzioni formali e dei “professionisti della democrazia” ormai non si chiede più nemmeno di fare politica. La stessa legittimazione del personale politico o elettivo, o quel che resta di essa, è solo presunta: è data per scontata solo perché essa non viene apertamente sconfessata o ritirata. Si può andare avanti anche così, mettendo toppe che poco rimediano ai buchi. Ma fino a quando, fino a quale punto? Forse i pericoli di una deriva della convivenza civica o di uno smottamento delle forme e del significato comunemente associati alla politica democratica rappresentano davvero e soltanto scenari peregrini? Sono davvero scenari che sarebbero agitati da chi non fa altro che disdegnare “il migliore dei mondi possibili” e che persiste nel mettere in circolazione idee che, al più e nel migliore dei casi, nutrono ingenui o improvvidi Candide, che così vengono distratti colpevolmente da quella che invece sarebbe una sana e ragionevole catechesi imperniata sul “realistico buon senso” dei Panglos? Mah…

Da parte mia ritengo che una cultura politica matura e dotata di senso critico, è tale se non è autoreferenziale, ossia se è in grado di sollevare dubbi anche sulla visione dominante dei problemi collettivi e sulle risposte che da essa scorrono per far fronte ai problemi[3]. Insomma, una cultura politica matura è tale se è capace di interrogarsi sulle tendenze in atto in un dato momento storico, se riesce a intercettare il malessere di una società anche se tale malessere non appare del tutto conclamato: ovvero, se è in grado di mettere in luce fenomeni che risultano “invisibili” o indigeribili alle narrazioni dominanti. Tutto ciò richiede, a una società o a un’epoca, anzitutto, un lavoro culturale, intellettuale e scientifico: un lavoro dove trovino spazio e credito il confronto libero e aperto tra prospettive differenti e tra loro anche alternative riguardo a come vanno le cose del mondo e a come spiegarle.

A dispetto di ogni democraticismo spicciolo e verboso, svuotato di quell’“eresia della ragionevolezza” (per dirla con Sciascia), svuotato cioè dell’eresia del vaglio critico delle idee e delle passioni, la legittimazione della politica democratica è un edificio traballante. Nelle società occidentali, “sviluppate” e sedicenti liberaldemocratiche, i cittadini che non vanno a votare ormai arrivano a toccare la metà degli aventi diritto, e talora sono anche meno[4]. Tra coloro che continuano a esercitare il diritto di voto, ragguardevole è la quota di chi alle urne sceglie forze politiche in aperta opposizione a quelle tradizionali di orientamento pro-sistema (siano queste di destra, centro o sinistra)[5]. Non ci si lasci fuorviare dal gioco della distribuzione dei seggi nelle assemblee rappresentative, dove la presenza e il peso delle forze politiche sono spesso distorte da meccanismi (i sistemi elettorali) che traducono i voti in seggi, portando a esiti che penalizzano la rappresentatività dei parlamenti, e ciò nel tentativo (peraltro spesso inefficace) di assicurare al sistema politico-istituzionale una capacità di governabilità della società e dell’ordine costituito. Che ci sia qualcosa che non va per il verso giusto nelle istituzioni, nelle pratiche e nel significato che si dà correntemente alla rappresentanza pluralistico-democratica e alla partecipazione elettorale della cittadinanza è un fenomeno che reclama attenzione. Se la crisi non appare esplosiva (o meglio: non è esplosa con effetti dirompenti) forse è solo perché la stessa politica (democratica) subisce sempre (oggi come già in passato) una mutazione tale da rendere sfuggente ai contemporanei che cosa sia la democrazia in cui essi vivono e di cui parlano con molta disinvoltura. Di fronte all’opacità e alla fluidità di quella “cosa” a cui diamo il “nome” di democrazia ogni sforzo teorico, interpretativo e di analisi rimane imprigionato nella trappola dei linguaggi e dei paradigmi correnti, e questo proprio mentre al riparo di tali linguaggi e paradigmi opera la sottile e aggrovigliata dialettica politica e culturale tra i “nomi” e le “cose” (ivi inclusi il nome e la cosa “democrazia”)[6]. Ma sono proprio tale trappola e tale dialettica, insieme, a costituire la matrice delle dinamiche politiche di potere: la matrice dello svolgimento della vita e della storia di una società e la matrice dei processi di “convivenza civica tra diversi”[7]. La trappola dei linguaggi e dei paradigmi interpretativi correnti e la dialettica tra i “nomi” e le “cose” oggi, ad esempio, hanno l’effetto di distrarre dalla necessità di mettere a fuoco l’intricato intreccio o sovrapporsi delle differenti facce della politica: la “politica del chi vince le elezioni”, la “politica come relazione di potere”, la “politica come pratica e come ideale della cittadinanza democratica”.

II. Mastichiamo il vocabolario della politica, ma ci sfuggono la semantica e la grammatica necessarie per comprenderla

Che cosa dobbiamo o possiamo aspettarci, oggi, dalla politica, dalle sue istituzioni e da coloro che la interpretano come professione? Nel suo testamento intellettuale Tony Judt ci ha lasciato amare osservazioni: «C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel nostro modo di vivere, oggi… Sappiamo quanto costano le cose, ma non quanto valgono»[8]. Socializzati in questo “mondo guasto” e navigatori (patentati e non) della “società dell’informazione”, sappiamo più o meno il prezzo delle cose, ma tende a sfuggirci quale sia il loro valore. Bene o male, mastichiamo il vocabolario della politica, ma ci sfuggono la semantica e la grammatica della politica che danno senso, contenuto e forma a quell’universo esistenziale che è la politica. La domanda che abbiamo rimosso è semplice, e tuttavia essenziale: quale e come dovrebbe essere una “politica di valore” che faccia la differenza nel governare la vita collettiva in un mondo guasto?[9]

La politica procede abbracciata a tutte le passioni e gli odi umani, fianco a fianco ai disastri naturali, ai rivolgimenti economici, ai mutamenti culturali e tecnologici, ai rifacimenti dello stesso linguaggio. La politica intesa come luogo istituzionale del potere e delle scelte pubbliche autoritative non è (non è mai stata) onnipotente. Tuttavia anch’essa può amplificare o moderare, in una direzione o nell’altra, gli effetti delle passioni e degli odi umani, i rivolgimenti, i mutamenti o le inerzie che costellano la vita storica di una società. Insomma, persino la politica intesa nell’accezione limitativa, e in fondo fuorviante, può fare la differenza. A tal fine, la teoria e l’analisi politica hanno il compito di osservare, “vedere”, interrogare e gettare una luce o l’altra su quanto accade sulla scena: il lavoro e le battaglie intellettuali consistono proprio nel “dare un senso” a quel testo che la vita collettiva va via via scrivendo, e ai suoi personaggi e interpreti.

III. Cosa possiamo (e dobbiamo) aspettarci dalla politica? Una rapsodia

Ad esempio, come può la politica rivitalizzare la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica? Consulte popolari e conventions pilotate dall’alto rispondono davvero alle istanze degli esclusi dal processo politico e alle marginalizzazioni sociali e culturali? In una democrazia costituita (che si irrigidisce contro ogni forma di democrazia costituente), a quali contenuti della politica è data (e a quali no) la possibilità di superare il filtraggio del gate-keeping istituzionale, culturale, mediatico, economico? Di fronte alle fratture centro-periferie, alto-basso, inclusi-esclusi che strutturano le società contemporanee, la politica dominante (ossia quella pro-sistema) come affronterà i conflitti sociali alimentati da fattori economici, culturali, valoriali, etnici o dal pluralismo degli orientamenti ideologici? La politica guarderà finalmente in faccia il problema cruciale della “convivenza tra diversi”? La cultura politica del nostro tempo saprà mobilitare energie, risorse, ascolto e dialogo di fronte agli umori, alle istanze e ai timori che serpeggiano nella società oppure si affiderà solo agli strumenti del diritto, della comunicazione/propaganda e dell’ingegneria sociale puntando a silenziare in un modo o nell’altro, a definire con etichette squalificanti, a stigmatizzare o a punire coloro che esprimono dissent views o la “parola contraria”? Quale spazio sarà riservato al diritto di disobbedienza civile o alla disobbedienza politica? La politica prenderà coscienza, sia tra i governanti che tra i governati, del fatto che ogni tentativo di trattare o risolvere uno o l’altro problema della convivenza civica tra diversi dipenderà dalla “cornice” (frame) dentro la quale il problema verrà definito?[10] Ovvero: la politica, governanti e governati, prenderanno consapevolezza del fatto che il modo in cui si maneggia (cioè “si mette mano”, si “manipola”) un qualunque problema (compreso il problema democratico della “convivenza tra diversi”) è essenzialmente un “fatto culturale”, ovvero un fenomeno che dipende da come  un dato problema viene messo a fuoco, dai termini in cui lo si formula e lo si mette in circolazione?

E ancora. La politica favorirà oppure frenerà le tendenze alla privatizzazione dei beni pubblici o comuni (sanità, istruzione, pensioni, assistenza sociale, acqua, aria, terra, energia)? Favorirà oppure ostacolerà la riduzione a merce di scambio dei beni di cittadinanza e delle persone? La politica saprà farsi interprete delle sfide epocali del nostro tempo, quelle con cui i grandi media tappezzano la nostra vita quotidiana e quelle trascurate: per dirne una, saprà trovare risposte decenti al passaggio (silenziosamente in corso) dalla “società del lavoro” alla “società delle attività”?

Di fronte al massiccio peso pubblico dei “giganti” dell’economia e della finanza, di fronte alla pervasività della logica del mercato, dei suoi vincoli e codici (definiti e difesi da norme di diritto privato-pubblico), ma anche di fronte alla crescente incidenza del potere tecno-mediatico, tecno-burocratico e delle tecno-scienze, quali potranno essere il terreno e i margini d’azione della politica istituzionale alla quale, in dottrina e sulla carta, è assegnata la legittimità politica delle decisioni pubbliche autoritative e valide erga omnes? Le istituzioni politiche formali (parlamenti, governi, corti giudiziarie), che fisiologicamente rappresentano e legittimano il potere costituito lasceranno correre le trasformazioni dell’“economia di mercato” in “società di mercato”, della “libertà come diritto di cittadinanza” alla “libertà come premio di cittadinanza”, oppure le freneranno? Tali istituzioni come gestiranno l’espandersi e l’approfondirsi della società e delle città digitalizzate? Come si porranno di fronte alla pervasiva invasione dei “mondi vitali” e della “sfera privata”[11] che caratterizza l’avanzare della “cultura della sorveglianza”[12] e l’arretrare della liberale “libertà da” (o “libertà negativa”)[13]. La teoria sociale e politica scivolerà sempre più nella narrazione dominante che parla di “economicizzazione”, “tecnicizzazione”, “giuridificazione” e “depoliticizzazione” come processi di neutralizzazione apolitica e “non-partigiana” della vita politica, culturale e sociale, oppure si impegnerà  a gettare luce su fatto che dietro una simile narrazione sono in effetti attivi processi storici proprio di politicizzazione e per niente “neutrali”, processi caratterizzati da relazioni di potere che investono ogni sfera della vita sociale (non solo l’economia o il diritto, ma anche la cultura, la comunicazione e la scienza comprese), e che non risparmiano nemmeno il principio del libero arbitrio?

IV. La scienza e la poIitica. Il legame indissolubile tra “fatti”,  idee e valori

Storicamente, i “fatti” e le “idee” della convivenza politica tra gli uomini (istituzioni e organizzazioni empiriche, ideologie, rappresentazioni e dottrine politiche, valori ideali) si sono sviluppati o trasformati insieme (come accade per tutti i “fatti” e le “idee” del e sul mondo). Non si possono afferrare i “fatti” o le istituzioni della politica senza fare riferimento alle “idee” e alle culture della politica. Anzi: conosciamo il mondo (della politica), per così dire, solo attraverso gli occhi e le lenti con cui lo percepiamo, tramite le idee che di esso ci formiamo e per mezzo delle “cornici” dentro cui lo inquadriamo e lo re-inquadriamo. Kant docet, e la teoria dei quanti a suo modo lo ribadisce[14].

Ciò detto, tuttavia, da diversi decenni le scienze della società e della politica contemporanea tendono a trascurare, se non a negare, la rilevanza “reale” della dimensione etico-normativa (ideali, valori, ideologie, cognizioni, culture) nel “mondo della politica reale”[15]. Tanto che, ad esempio, tale dimensione nel discorso pubblico è frequentemente squalificata come “mera ideologia” (che è sempre quella degli altri), e quindi archiviata con il mantra della “fine delle ideologie”. Ovvero, in un modo o nell’altro, è cosa ormai assai comune tacciare di “moralismo” chi solleva argomenti di natura etico-normativa o ideologico-valoriale nel porre sotto esame la qualità, i processi e il funzionamento della politica democratica, le dinamiche di potere tra governanti e governati, oppure chi sottopone a esame l’efficacia o efficienza delle procedure di scelta collettiva o i processi di produzione delle politiche pubbliche e nel farlo discute dei fini e degli scopi che le scelte e le politiche pubbliche tentano di realizzare. Tali esami, insomma, per lo più vengono derisi o invalidati proprio per il fatto di avvalersi di argomenti di tipo etico-normativo e di mobilitare “visioni del mondo”. Argomenti del genere sono troppo spesso ritenuti “fuori dal mondo (reale)”. Un tale orientamento, culturalmente dominante, proprio perché porta a ritenere gli argomenti etico-politici, le ideologie e le visioni del mondo come qualcosa che “è fuori dal mondo”, ha una conseguenza rilevante. Vale a dire: sia a livello di esperti, sia a livello di senso comune, porta a considerare come a-problematico e “risolto” una volta per tutte quel “fatto” costitutivo della politica democratica che è l’intimo legame tra la “democrazia come metodo” (le procedure istituzionali) e la “democrazia come credo” (i valori, gli ideali, le ideologie)[16].

Queste tendenze nel campo delle scienze socio-politiche sono dovute (almeno in buona misura) al fatto che tali scienze (specie quelle più impegnate nella misurazione quantitativa dei fenomeni o nell’ingegneria politica) assumono, per lo più in modo implicito, come “data per scontata”, una particolare “premessa normativa” (e cioè valoriale): una sedicente concezione laico-liberale dell’uomo, della vita collettiva e della convivenza civica. Data questa “premessa normativa” implicita[17], spesso le scienze sociali, economiche e politiche finiscono per lavorare sulla base di un’immagine dell’uomo come individuo razionale, la cui “razionalità” è conformata (ma anche ridotta) a calcolo strumentale e utilitaristico, a pura capacità di scelta individuale tra beni “misurabili” e tra loro commensurabili in quanto quantificabili. Muovendo da tali premesse implicite e da tali postulati dati per scontati, prendono il sopravvento analisi e letture dei fenomeni socio-politici che restano ingabbiate in una concezione univoca e a-problematica della natura umana e della convivenza collettiva, una concezione non poco discutibile come fondamento scientifico della conoscenza dei fenomeni sociali[18].

Così orientate, d’altro lato, le scienze della società e della politica mostrano imbarazzo e refrattarietà a fare i conti con quelle analisi che accolgono l’argomento normativo o quello del “pluralismo politico” delle forme di adattamento umano all’ambiente e ai contesti storico-culturali[19], evitando (apparentemente) di incorporarle nel loro dominio conoscitivo. Da qui, inoltre, si impone quella sorta di imperativo scientifico dell’avalutatività che le scienze sociali e politiche rivendicano con orgoglio: quell’avalutatività difesa, ad esempio, con lo scudo metodologico, epistemologico e filosofico di un Max Weber (un Weber, peraltro, malinteso e non poco irrisoluto e aporetico di suo in tema di conoscenza scientifica). E da qui, infine, la tendenza alla rimozione della messa a tema, per un verso, della questione dei fondamenti etici e valoriali della politica e della convivenza civile, per l’altro verso, della questione dei fondamenti valoriali della stessa conoscenza scientifica[20]. È questo il sottofondo problematico dentro cui si muove questo libro.

V. Ripensare la politica e la sfida della convivenza tra diversi

Pensare e ripensare la politica della convivenza tra diversi. Questa, ancora una volta, è la sfida che la teoria politica deve (ricominciare a) raccogliere sul serio.

Il libro che il lettore ha tra le mani altro non è che un esercizio di teoria politica sul presente che propone alcuni salienti temi di riflessione. Niente di più. Ma anche niente di meno. Come spesso capita, si tratta del dito che indica la luna. Il lettore guardi pure con attenzione il dito. Ma non dimentichi la luna. La politica, inclusa quella democratica, se non è un tiro alla fune tra mondo-dato-e-difeso, mondo-respinto e mondo desiderato non è politica e finisce per connotare “democrazie chiuse” piuttosto che “democrazie aperte”.

Quando sono in gioco grandi trasformazioni storiche, se il presente si svuota del passato, il futuro appiattisce.

–  –   –

*Questo articolo anticipa alcuni parti dell’Introduzione del mio libro La convivenza tra diversi di imminente pubblicazione per i tipi di Mimesis.

 

NOTE

[1] Mi riferisco a David Easton.

[2] Sulla “democrazia costituita” rimando a G, Nevola, La convivenza tra diversi, Mimesis, 2024, in corso di pubblicazione.

[3] Vedi G, Nevola, La convivenza tra diversi, Mimesis, 2024, in corso di pubblicazione.

[4] Cfr. ad esempio M. N. Franklin, Voter turnout and the dynamics of electoral competition in established democracies since 1945, Cambridge University Press, 2004.

[5] Cfr. ad esempio J. Hopkin, Anti-System Politics. The Crisis of Market Liberalism in Rich Societies, Oxford University Press, 2020.

[6] Vedi G. Nevola, La convivenza tra diversi, Mimesis, 2024, in corso di pubblicazione.

[7] I processi di convivenza civica tra diversi hanno luogo tanto sul piano orizzontale (sia tra i governati, sia tra i governanti), quanto sul piano verticale (tra governati e governanti).

[8] T. Judt, Guasto è il mondo, Laterza, 2011, p. 3.

[9] Vedi G, Nevola, La convivenza tra diversi, Mimesis, 2024, in corso di pubblicazione.

[10] A tal riguardo rinvio a G. Nevola, Re-inquadrare. Funzione intellettuale, cornice e istigazione (Parte prima e parte seconda), reperibile nel sito gasparenevola.net / “Tempi difficili”, 10 e 14 dicembre 2024 – https://gasparenevola.net/

[11] Per la messa a fuoco di questo tema resta di riferimento J. Habermas, La crisi della razionalità nel capitalismo maturo, Laterza, 1975.

[12] Cfr. D. Lyon, La cultura della sorveglianza, Luiss University Press, 2020; S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss University Press, 2019.

[13] Si veda il celebre discorso del 1819 di Benjamin Constant, La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni; ma anche I. Berlin, Quattro saggi sulla libertà, Feltrinelli, 1989.

[14] E con essi altre correnti decisive della filosofia e della scienza.

[15] Vedi G. Nevola, La convivenza tra diversi, Mimesis, 2024, in corso di pubblicazione.

[16] Un legame, peraltro, che non sfuggiva nemmeno allo Schumpeter consacrato come stella polare del realismo liberale democratico.

[17] Si tratta di una premessa non messa a tema, che Taylor chiama “l’impensato” che guida i processi della conoscenza e della valutazione. Cfr. Ch. Taylor, L’età secolare, Feltrinelli, 2009; con differente linguaggio: J. C. Alexander, La logica teorica oggi, in “Quaderni di Sociologia”, vol. XXXIII, 1987.

[18] Cfr. ad esempio M. Sahlins, Un grosso sbaglio. L’idea occidentale di natura umana, Elèuthera, 2010.

[19] Su questo tema: P. Veyne, Le pain et le cirque. Sociologie historique d’un pluralisme politique, Seuil, 1976.

[20] Cfr. G. Nevola, Lo studio della cultura politica, in “Quaderni di Scienza Politica”, 2, 2017; Id., R. N. Bellah e le ‘abitudini del cuore’, in “Quaderni di Scienza Politica”, 1, 2012.


(Pubblicato su questo sito il 20 maggio 2024)

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