Tempeste e bicchieri. A margine della crisi di nervi tra Francia e Italia sull’Ocean Viking e le migrazioni

Tempeste e bicchieri tra Francia, Italia, Unione Europea e Ong. E poi ci sarebbero anche le migrazioni, che un Macron prende a suo modo sul serio, che un Salvini non riesce a farsi prendere sul serio, che una Meloni ci prova, che un Conte e un Letta sono in tutt’altro affare affaccendati. Sotto il vigile balbettio di Bruxelles e un Quirinale enigmatico che conversa a un altro tavolo… Ma qui si parlerà di cose meno frizzanti. A qualcuno fischieranno le orecchie, a qualcun altro non sarà possibile. E agli altri? Per chi cerca letture con più appeal e mordace elettricità, cerchi altro, cerchi altro su cui posare gli occhi per  leggere. In giro non mancano… e buona fortuna.

 

  1. Roma e Parigi ai ferri corti, l’Unione Europea balbetta

Attraversare le tempeste cercando di contenerle in un bicchiere. Questa sembrerebbe la filosofia e la strategia politica con cui spesso l’Unione Europea cerca di venire a capo dei problemi che sfidano il mondo contemporaneo e mostrano tutte le ambiguità dell’integrazione e dei propositi di una sedicente Unione europea.

Far fronte alle ondate migratorie, regolare gli sbarchi delle sventurate persone che le navi Ong raccolgono perlustrando le acque del Mediterraneo e che pressano sulle coste dei Paesi che vi si affacciano, ridefinire impegni e criteri di gestione dei flussi e dei ricollocamenti degli immigrati portati all’approdo in terra europea. Queste alcune voci salienti del tema e della discussione che affollano le cancellerie e i media, ormai da qualche decennio. In questi giorni l’Unione Europea si è impegnata a varare un piano in 20 punti volto a perseguire i suddetti e altri connessi obiettivi. La spinta a rimettere mano alla materia è arrivata dall’esigenza di fare rientrare le tensioni esplose tra Francia e Italia a metà novembre. La Commissione europea intende rilanciare un Action Plan allo scopo di dare una soluzione alle «sfide attuali ed immediate» che vengono dalle sgovernate rotte migratorie del Mediterraneo centro-meridionale. Come ha dichiarato la commissaria europea agli Affari interni, si tratta un «appello ad accelerare» le azioni già previste su basi volontarie e alcune nuove. Il piano sarà presentato al Consiglio europeo del 25 novembre. L’iniziativa di Bruxelles è la risposta, per un verso, alle aspre tensioni politiche e diplomatiche degli scorsi giorni tra Francia e Italia (sul caso della Ocean Viking, una nave Ong, di bandiera norvegese); per l’altro verso, più in generale, alla questione degli sbarchi di immigrati volta a volta raccolti dalle Ong in acque internazionali e del ricollocamento dei migranti raccolti dalle Ong e alla ricerca di porti e Paesi dove sbarcarli.

Il governo francese e quello italiano si sono rinfacciati l’un l’altro il mancato rispetto di doveri, impegni e responsabilità, ciascuno richiamando l’altro al senso morale e umanitario, ciascuno rimandando a trattati e a disposizioni di diritto interno, europeo e internazionale. Ciascuno ha insistito sulle proprie “buone ragioni”, volendo far valere i propri “numeri” in tema migratorio e dell’accoglienza, agitando la generosità propria e la disumanità altrui. Il tono e le parole del confronto sono parsi quasi puerili e ha portato in scena nervi tanto a fior di pelle da far pensare di stare assistendo a governi in preda a una “crisi di nervi”. Dato l’oggetto, il contendere ha, inevitabilmente, subito coinvolto anche altri Paesi europei, con reazioni più o meno impacciate o imbarazzate a seconda dei casi. Nel momento in cui scrivo, la crisi italo-francese sembra rientrata e incapsulata nella rete delle carte e dei propositi ispirati da un approccio burocratico, comitatologico o manageriale di cui certo l’Europa di Bruxelles non difetta. Ma la questione resta aperta ed è destinata a riesplodere alla prima occasione. A dirimerla non basterà la contabilità. Perché? Perché ciascun Paese europeo ha i suoi “numeri” (ad esempio sugli immigrati accolti), numeri di cui si fida, anche in buona fede (talora), e che tenta di fare pesare ritenendoli quelli “giusti”. Perché i governi di ciascun Paese lavorano e prendono decisioni sulla base di statistiche e di definizioni del “migrante accolto” che sono ritenute quelle appropriate a seconda dei casi. Del resto, gli stessi trattati internazionali e le carte europee accreditano e fanno circolare varie e sottili distinzioni di categorie di migranti sui quali non esiste consenso o univocità nel modo di intenderle e di applicarle nelle situazioni concrete volta a volta in gioco.

Insomma, i numeri, da soli, dicono poco o niente, e ben si prestano ad alimentare confusione e strumentalizzazioni propagandistiche. D’altra parte, la questione migratoria e i dissidi tra i Paesi europei o all’interno delle loro opinioni pubbliche non trovano soluzioni belle e pronte nemmeno nel campo del diritto (interno, europeo o internazionale), tanto sono molteplici e sovrapposte le fonti del diritto, tanto sono numerosi e difformi nei contenuti e nelle formulazioni i trattati, gli accordi, i regolamenti e le linee guida operative. Inoltre, come è acquisito, e però anche dimenticato, diritto, trattati e disposizioni parlano solo in quanto “sono fatti parlare”, ovvero solo nella misura in cui passano attraverso circuiti ermeneutici e sono soggetti a interpretazioni[1]: a voce, anzitutto (ma non solo), delle istituzioni politiche e giuridiche, dei partiti, degli esperti di diritto, dei gruppi promotori di cause pubbliche (advocacy groups), delle campagne massmediali.

So che serve a poco dirlo e che della frase che sto per scrivere si abusa, tanto da mortificarne il significato. Ma lo dico lo stesso, e in modo lapidario: la questione migratoria è una questione politica. Per ciò stesso, essa richiederebbe di essere affrontata con saggezza, o almeno con buon senso. Ciò detto, devo aggiungere che so bene anche quanto la politica e il buon senso (o la saggezza) non vadano poi così d’accordo tra di loro nelle cose degli uomini.

Per tornare alle attuali tensioni in materia di migrazioni, salvataggi e accoglienze e con riferimento alla crisi italo-francese, in occasione del 30° anniversario della firma del Trattato di Maastricht, quello che ha partorito l’impianto che tuttora regge l’Unione Europea, nonostante i trattati e gli sviluppi successivi[2], il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha osservato: «La risposta alla sfida migratoria avrà successo soltanto se sorretta da criteri di solidarietà all’interno dell’Unione e di coesione nella risposta esterna». Bene. Pare ci sia del buon senso nelle parole di Mattarella. Ma non c’è la politica. E però la vita politica irrompe nella realtà delle cose, ad esempio attraverso i crudi contrasti su quali debbano essere i “criteri di solidarietà”, su come tali criteri e le divergenze degli interessi tra i Paesi europei debbano essere qualificati e misurati, e ancor di più su quale sia o dove stia l’autorità (ovvero il potere legittimo) a cui compete decidere su tali criteri o a cui compete dirimere i contrasti assecondando (con dovizia di argomenti e retorica) punti di equilibrio che (non lo si dimentichi) altro non sono che la risultante dei rapporti di forza tra i soggetti in causa. In altre parole, quella migratoria è una partita che si gioca nel campo della politica, dove ciascuno dei protagonisti, delle autorità e dei vari soggetti coinvolti ricorre ad abundantiam al soft power, ma dove, nondimeno, le parti non rinunciano (se ne dispongono) a qualche grattugiata di hard power necessaria per insaporire il piatto che ciascuno porta alla tavola degli accordi. Insomma, nella cultura politica dominante ci si dichiara un po’ tutti dalla parte del dialogo, della solidarietà, delle regole e della dottrina di Hans Kelsen; tuttavia, spesso a definire le mosse di ciascuno sono la ratio del conflitto, dell’interesse partigiano, della forza e della dottrina di Carl Schmitt.

Del resto, a fronte delle parole di Mattarella sulla solidarietà europea, la storia e un fiume di vicende vicine e lontane (incluse quelle della gestione della pandemia-Covid e del programma PNRR) ci dicono che il richiamo Presidente è, nella migliore delle ipotesi, un wishful thinking, un pio desiderio, se non retorica obnubilante. Al di là dell’emergenzialismo del momento, peraltro assurto ormai a normalità dei nostri tempi, le ondate migratorie contemporanee non sono mai state prese sul serio. Per farlo non basta accapigliarsi sull’Ocean Viking di turno, che rischia di diventare un fatto di diversione politica e mediatica dalla questione migratoria. I fatti di cronaca, dell’hic et nunc, sono fatti che spesso operano una diversione che distoglie l’attenzione da ciò che accade sotto i nostri occhi e che per essere colto e compreso richiede uno sguardo lungo e profondo, rivolto alle correnti del mare piuttosto che alle onde che schiumeggiano sulla superficie. Se non cambiamo lo sguardo, resteremo sempre a lambiccarci e a rinfacciarci chi i “porti chiusi” e chi le “giungle” di Calais, e poi punto a capo a ricominciare.

Quella di “nascondere mostrando” e di “silenziare parlando” è una sopraffina arte politico-mediatica: produce una “violenza simbolica” su coloro che cercano di capire cosa accade e dove stanno i problemi collettivi. Compito dell’intellettuale o di un cultore di scienze sociali è sforzarsi di gettare un raggio di luce sulle cose che in superficie restano annebbiate, o trasfigurate nel significato, ingabbiate negli schemi di lettura generati e diffusi dal lavoro di framing che l’ortodossia politica e i mass media convenzionali offrono e impongono al grande pubblico. Per dirla con Bourdieu, si tratta di «smontare una serie di meccanismi» che producono una «corruzione strutturale… che si esercita sull’insieme del gioco», quella corruzione che solitamente è mascherata o resa invisibile dalla «corruzione delle persone» su cui viene convogliata l’attenzione pubblica. È bene porre rilievo sulla “corruzione delle persone”, ma ciò non per indurre a perdere di vista o per rimuovere l’esistenza della “corruzione sistemica”. Sia beninteso, dal mio punto di vista non si tratta di “svelare”, secondo spirito hegelo-marxista, la Verità della storia, ma più modestamente di richiamare seriamente all’attenzione “un altro lato della storia”: tutte le cose della vita hanno sempre “un altro lato”. Se ne facciano una ragione i sedicenti liberali che il dì di festa inneggiano al pluralismo e che negli altri giorni si trincerano nella (loro) Verità, e così facendo non si rendono conto di quanta deriva totalitaristica, accusata sempre negli altri, si annidi nelle loro idee di una “realtà a una dimensione” e “oggettiva” – che ovviamente è la loro.

 

  1. La grande migrazione? E’ ai primi passi 

    Gli studi storici dei flussi migratori a livello mondiale rilevano che per secoli lo scambio di popolazioni è stato un “gioco (quasi) a somma zero”. Pur presentando qualche fluttuazione nello spazio e nel tempo, la popolazione mondiale ha visto una crescita assoluta piuttosto modesta. In epoca più recente, con l’aumento esponenziale della popolazione mondiale è venuto meno anche il plurisecolare equilibrio tra flussi di immigrati e flussi di emigrati. Nel 2020 la popolazione del pianeta è arrivata (dicono le statistiche) a 8 miliardi di persone: una crescita di due miliardi in poco più di un secolo. Già questo solo dato lascia presagire che lo squilibrio di popolazione in uscita e di popolazione in entrata per quanto riguarda l’Europa, sic stantibus rebus, sia solo ai suoi primi passi.

I modelli previsionali sull’andamento demografico del mondo, e basati sulle statistiche ufficiali di istituzioni quali ad esempio le Nazioni Unite, come tutti i modelli del genere, va da sé, vanno presi con le pinze. Intanto ci dicono che, a grandi linee, la popolazione dell’Europa all’inizio del XX secolo è di 408 milioni (il 24,7% di quella mondiale), alla metà del XX secolo ammonta a 517 milioni (21,7% del totale mondiale), all’inizio del XXI secolo risulta intorno ai 730 milioni (12,4% del totale mondiale), secondo le proiezioni per la metà del XXI secolo sarà di 628 milioni (7% del totale mondiale). In sintesi, la popolazione è cresciuta in numero assoluto, ma è diminuita come percentuale della popolazione mondiale, e a metà del nostro secolo diminuirà persino nel numero assoluto, arrivando a costituire solo una piccolissima fetta di quella mondiale. Le tendenze demografiche segnalano, per l’arco temporale qui considerato, che la crescita più forte ed esponenziale si registra nell’area continentale africana e in quella asiatica, come mostra il prospetto seguente:

 

1900                         1950                        2000                          2050

EUROPA           408 (24)                   517 (21,7)              730 (12,4)                 628 (7,0)

 

AFRICA              130 (8,1)                 220 (8,8)                 770 (12,8)                1770 (19,8)

 

ASIA.                  950 (57,4)              1400 (55,6)            3700 (68,8)               5.300 (59,1)

 

MONDO           1650 (100)            2121 (100)               6000 (100)                9800 (100)

(valori assoluti in milioni, marginalmente arrotondati; tra parentesi valori percentuali sul totale mondiale)

 

Stando a questi dati, tutto lascia supporre quanto le ondate delle grandi migrazioni, benché già oggi al centro di dibattiti politici, di programmi di policy, di allarmi sociali e dell’attenzione mediatica, possano al momento essere considerate solo ai loro primi passi. Sempre sic stantibus rebus.

Ai movimenti migratori verso l’Europa, indotti dal fattore demografico (in primo luogo quelli che al momento provengono dall’Africa esposta sul Mediterraneo e dal Medioriente), si affiancano quelli alimentati da crisi economiche, da grandi rischi tecnologici, da minacce ambientali e climatiche, da scarsità di elementi primari quali l’acqua, come pure quelli derivanti da guerre locali o macroregionali (di cui il caso russo-ucraino è solo quello che ha suscitato grande clamore internazionale).

Per molto tempo in Europa le preoccupazioni destate dalle migrazioni sono state dettate più dalle conseguenze dell’emigrazioni dai Paesi europei che non dall’immigrazione verso l’Europa. Le discussioni pubbliche e i provvedimenti governativi che riflettono tali preoccupazioni risalgono al XVIII secolo, epoca in cui le preoccupazioni per il fenomeno migratorio erano declinate con riferimento al tema della “ricchezza demografica delle nazioni”: l’emigrazione era vista come un impoverimento e veniva limitata e persino vietata. Sotto Luigi XIV, ad esempio, la Francia dispose strette sorveglianze alle frontiere per impedire che i suoi sudditi abbandonassero il Paese, comminando pene corporali e persino la pena capitale non solo a coloro che tentavano di emigrare clandestinamente, ma anche e soprattutto a chi faceva proselitismo emigratorio o aiutava la gente a espatriare. E dato che la povertà era un fattore che spingeva molti a emigrare, già nel Settecento non mancavano intellettuali e pubblicisti impegnati a raccomandare ai governanti che obiettivo dello Stato e sua responsabilità primaria doveva essere quella di creare e mantenere all’interno condizioni di vita tali che bisogno e scontentezza non facessero fuggire la gente.

 

  1. Mercati globali (neri) e promesse

Le migrazioni nel mondo contemporaneo si differenziano da quelle del passato. Un aspetto importante che le contraddistingue è l’enorme aumento della mobilità dei mezzi di trasporto e di comunicazione. La crescita del commercio intercontinentale e d’oltre oceano ha comportato anche uno sviluppo organizzativo e tecnologico dei trasporti, tale da consentire migrazioni diffuse e a grandi distanze. Il progressivo allargamento del mercato mondiale ha richiesto una mobilitazione su scala globale delle persone e dei beni: una mobilitazione che, se necessario, è stata imposta anche con la forza[3]. La storia dell’economia moderna mostra in modo eloquente come e quanto il capitale abbatta i confini nazionali e le barriere statali. Ammantandosi di qualsivoglia ideologia edificante o mobilitante e volto alla massimizzazione dei profitti, e perciò a sfruttare ogni risorsa utile allo scopo (dalle materie prime alle tecnologie, dalla finanza ai lavoratori), l’interesse capitalistico non ha nutrito mai riguardo nei confronti di qualunque cosa avesse incontrato come ostacolo: e questo indipendentemente dal fatto che il suo sviluppo sia visto procedere lungo i binari teorizzati da Karl Marx o su quelli messi a fuoco da Max Weber. Insomma, la “libera” circolazione del capitale porta tendenzialmente con sé quella della forza-lavoro.

Con la globalizzazione del mercato internazionale, realizzatasi progressivamente e a ondate soprattutto nel corso dell’ultimo secolo circa, anche i movimenti migratori sono andati acquisendo nuovi risvolti: le ondate migratorie hanno assunto la forma di “migrazioni molecolari di massa” (Enzensberger), la quale affianca quella storica degli esordi e spesso associata agli esodi di guerra.

Dove esiste un sistema di mercato, esiste sempre anche un sistema di mercato che opera “in nero”. Là dove il primo opera “in chiaro”, cioè protetto da norme giuridiche pubblicamente proclamate, il secondo opera nell’oscurità, si sottrae alle regole pubbliche valide erga omnes e accettate come legittime[4]. I mercati neri fioriscono, sempre, dove ci sono regole e restrizioni delle libertà di mercato, regole e restrizioni che definiscono il funzionamento del mercato “in chiaro”. Operando secondo il principio dei vasi comunicanti, i mercati neri portano, a loro modo, a un equilibrio tra domanda e offerta dei beni infrangendo o aggirando regole, leggi e norme etiche. Non va tuttavia dimenticato che nel “mondo reale” non esistono sistemi completamente chiusi e definiti dentro la legalità, con la conseguenza che i mercati illegali possono essere sì ostacolati dai controlli, ma non totalmente impediti[5].

Esistono anche “mercati neri delle persone”. Il commercio illegale di uomini si è sviluppato anche negli Stati dell’Occidente contemporaneo: Stati costituzionali, democratico-liberali, del benessere e a economia sviluppata. Il mercato nero degli uomini, a differenza degli altri mercati neri, trae le sue fortune non dalla penuria del bene trafficato, ma dalla sua sovrabbondanza, ossia delle persone di cui esso fa traffico. L’“esportazione” (più o meno) clandestina di migranti (più o meno) clandestini da un Paese o continente all’altro ha, inoltre, la conseguenza di abbassare il prezzo della forza lavoro nei luoghi di “smercio” di questa “merce umana”. Questa logica di funzionamento del mercato nero ha perciò conseguenze negative non solo per gli immigrati che arrivano in terra straniera, ma anche per le società sviluppate dove i migranti vengono “sbarcati” e importati. Ma questa novella tratta degli schiavi ha un’ulteriore faccia… «Ogni immigrato che lavora illegalmente presuppone un imprenditore che opera illegalmente» (Enzensberger). Di più: non di rado è proprio questa imprenditoria dell’economia sommersa che ha una parte niente affatto marginale nel “fare girare” l’economia, alimentandola con la tratta di manodopera. Ciò si verifica nei settori più disparati e soprattutto nelle attività lavorative più elementari, poco qualificate e mal retribuite, dove le pratiche arrivano a ricalcare quelle schiavistiche di epoche passate o risultano para-schiavistiche[6].

Dall’Europa della Germania ai Paesi mediterranei o negli Stati Uniti, l’economia sommersa vede attivi gruppi che dispongono di risorse di potere capaci di condizionare le decisioni dei governi o di esercitare pressioni sulle istituzioni affinché queste chiudano gli occhi sui loro traffici e malaffari.

Infine c’è la “promessa”. La promessa (o il miraggio) che muove le onde delle migrazioni verso un approdo di vita in Europa e che si mescola con tutto il resto (con i fenomeni che sopra abbiamo voluto richiamare). Nessuno emigra senza una promessa o una speranza. In passato i media della speranza erano le piazze o le saghe di paese, le chiacchere con i compaesani o con i forestieri di passaggio, le dicerie che circolavano nelle osterie. I racconti del “sentito dire” si coloravano di narrazioni di mondi magici. L’Arabia Felix, Atlantide, l’El Dorado, il Mondo Nuovo, erano dei luoghi mitici che riuscivano a spingere la gente a partire. Oggi le promesse-speranze viaggiano su altre vie e cifre narrative: anche i luoghi e le narrazioni mitiche si sono in qualche modo, per così dire, secolarizzati. Oggi sono le immagini delle televisioni e dei siti internet, o qualche voce amica o di conoscenti al telefono, a tracciare la mappa che informa e che guida anche chi vive nel più sperduto e povero villaggio: «Il loro contenuto di realtà è ancora minore di quello delle leggende degli inizi dell’età moderna; ma il loro effetto è incomparabilmente più forte» (Enzensberger). Dopotutto, anche i migranti malmessi vivono nel mondo incantato, bugiardo e traditore della pubblicità. A questo mondo essi prestano fede con un’ingenuità o con una necessità forse un po’ estranee o incomprensibili agli habitué del “mondo-fiction-pubblicità” di cui è fatta spesso la vita quotidiana di questi ultimi. Questo “mondo-fiction-pubblicità”, in un qualche modo, condiziona in una misura non indifferente l’orizzonte delle aspettative dell’universo migrante.

 

  1. Epilogo

Un intellettuale progressista come Enzensberger si è chiesto: le migrazioni sono una soluzione di quale problema? Oltre un secolo fa l’economista Richmond Mayo-Smith, specializzato in statistica per le scienze sociali, si era già posto la domanda, e rispose: «A questa domanda non c’è una risposta generale», valida sempre e per tutti i casi[7].

Beati coloro che nel frattempo hanno trovato risposte generali e univoche. Sarebbe interessante sapere in quale mondo vivono, con quale mondo hanno a che fare. I governi farebbero meglio a smetterla di pendere dalle labbra di costoro e a passare da un disco rotto all’altro. Già, i governi…

NOTE

[1] I valori-principi di “rango costituzionale” (il cui rango costituzionale è originariamente tale solo dentro lo spazio statuale, anche se da tempo è sottoposto a pretese e tendenze di allargamento a livello europeo, internazionale o cosmopolitico), tali valori-principi sarebbero oggettivi poiché sono fissati nelle Carte; d’altra parte, essi risultano fortemente indeterminati quanto ai loro contenuti e ambiti di applicazione specifici, che si rivelano essere plurimi e  conflittuali, incommensurabili tra loro, talché non si pecca di severità o ingenerosità di giudizio se ne concludiamo che l’oggettività dei valori-principi giuridici supremi è quanto meno modesta, mentre fiorisce l’incidenza della loro interpretazione e il campo dei disaccordi sulle interpretazioni. E questo nonostante l’affascinante e istruttiva acribia filosofica con cui la teoria del diritto si sforza di salvare giuridicamente i diritti fondamentali dai naufragi nella tempesta delle vicende umane (come nel caso esemplare di R. Alexy, Teoria dei diritti fondamentali, il Mulino, Bologna, 2012.

[2] Vedi G. Nevola, Democrazia, Costituzione e Identità. Prospettive e limiti dell’integrazione europea, Liviana-Utet, Torino, 2007.

[3] Un esempio storico importante è quello dell’apertura ai mercati internazionali del Giappone e della Cina nel XIX secolo.

[4] Esistono, va da sé, anche mercati “spuri” che si accreditano come “in regola”. Questa fattispecie è ampia, variegata e sfuggente, dato che opera diluendosi nelle complesse alchimie del diritto. Metterla a fuoco richiederebbe considerazioni di teoria generale dell’ordine sociale, giuridico, politico e della cultura politica che ci porterebbero troppo lontano. Per l’economia del mio discorso è sufficiente tenere presente questa fattispecie, lasciandola tuttavia sullo sfondo.

[5] Detto diversamente, i soggetti forti che dominano in un mercato cercano e trovano il modo di “corrompere” ed eludere le regole.

[6] Basti pensare, per fare qualche esempio noto, a quanto accade in ampie fasce del mondo del lavoro di settori quali l’edilizia, il tessile, l’ortofrutticolo, la ristorazione, l’alberghiero.

[7] Vedi R. Mayo-Smith, Emigration and Immigration. A Study in Social Science, Scribek’s Sons, New York, 1890.


(Pubblicato su questo sito il 25 novembre 2022)

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