Pandemia che non passa e capro espiatorio. Una società in cerca di cura, e che piglia lucciole per lanterne

Pandemia che non passa. Ragioniamo sulla Covid-endemia.

   No, sul ponte non sventola la bandiera bianca. Non quella del veneto Arnaldo Fusinato, che al passar di una gondola dalla città gridavano: “Ehi della gondola, qual novità?”, e in risposta arrivava “Il morbo infuria… il pan ci manca… Sul ponte sventola bandiera bianca!”. Non quella del siciliano Franco Battiato: “Mr. Tamburino non ho voglia di scherzare. Rimettiamoci la maglia, i tempi stanno per cambiare. Per fortuna il mio razzismo non mi fa guardare quei programmi demenziali con tribune elettorali… Sul ponte sventola bandiera bianca”. Semmai, tira gran voglia di bandiera gialla, quella del Gianni anni ’60, sempreverde e che con tecnologici passaparola smuove il mondo (o almeno gli amici): “Sì, questa sera è festa grande. Noi scendiamo in pista subito. E se vuoi divertiti, vieni qua… Finché vedrai sventolar bandiera gialla, tu saprai che qui si balla.”. E però no, non sventola nemmeno la bandiera del Pettenati piacentino. Viviamo in un mondo sospeso. Semplicemente e maledettamente.

   Sotto il Regno del Covid, se ci si sforza di osservarlo con distacco, questo mondo trova un equilibrio alla schizofrenia dei suoi convincimenti e provvedimenti “emergenziali” nel modo più classico, ma anche più avvilente: nel capro espiatorio. Il responsabile della “pandemia che non passa” è identificato in chi persiste nell’astenersi dalla vaccinazione, in chi rifiuta di dover esibire un’autorizzazione politico-sanitaria per poter vivere o per continuare a lavorare e provvedere ai bisogni e ai piaceri che la vita reclama. Sono i così detti “no vax” o “no green pass”.

Il mondo delle troppe normalità

Da due anni viviamo, ciò è, in un mondo sospeso in un cortocircuito della normalità: in un tempo indefinito, dove si accavallano e sovrappongono, secondo geometrie variabili nel tempo, la normalità del recente passato andata perduta (quella pre-pandemica), la normalità recuperata ovvero la normalità continuamente da rincorrere (grazie al vaccino), e una neo-normalità covidiana-emergenziale. Troppe normalità. Troppe e che si smentiscono tra di loro. Eppure non recano pensiero, né disturbano i più, tutti presi ad assicurarsi ciascuno la “sua” normalità, quella preferita, desiderata o “vera”. Una società non può funzionare così. Alla lunga, se non esplode, rischia l’implosione. Questo è il messaggio, esplicito o implicito, della scienza politica che ho a lungo insegnato in tema di democrazia ai miei studenti affollati in aula, forte della letteratura mainstream. Se ritornerò a insegnare, forse dovrò stracciare i miei appunti, o riporli nella memoria di un cassetto. Perché la crisi pandemica mi fa rilevare che non è affatto detto che una società, per quanto in qualche modo e in qualche misura democratica, rifletta sempre e solo questa legge. Perché la governano anche altre, e meno confessabili, leggi – a saper vedere e a voler dire. Proviamo a dirla così. Si faccia attenzione, “è la somma che fa il totale”, come sentenzia il principe De Curtis (Totò, per gli amici). E, sotto il Regno del Covid, il totale della somma delle molte normalità contraddittorie e sfuggenti, che si rincorrono, è dato da un’unica “normalità”, che mette d’accordo i più, ignoranti e istruiti, intelligenti e stupidi, scienziati e politici, “ottentotti e parigini”, giovani, vecchi e tutti quelli a metà: a sbagliare, a non capire e a soffrire di disturbi della ragione sono – indiscutibilmente – “gli altri”, sempre e solo “gli altri”.

Il capro espiatorio, lo stigma

   Ma ci sono “altri” e “altri”. Un conto, sono gli altri-maggioranza, forti e difesi dal suo essere maggioranza (tocquevelliana) dominante; altro conto, sono gli altri-minoranza, deboli e indifesi proprio per il fatto di essere minoranza (poco importa quanto cospicua) ridotta in condizione di minorità. Ed ecco che, così, la relazione tra gli uni e gli altri vira verso la logica del capro espiatorio. E il capro espiatorio, quando emerge, non può che trovare incarnazione nella minoranza dominata: per definizione, per natura delle cose, per quell’equilibrio ecologico della “società delle masse”, un equilibrio e una società basati su potere e paura, e che Canetti ha scandagliato con la lente della psico-antropologia politica[1].

   È una legge della vita collettiva e politica il fatto che, per quanto numeroso, il capro espiatorio collettivo costituisca un gruppo piccolo a fronte della società-totalità. Oggi questo capro espiatorio è incarnato da coloro che, per una ragione o l’altra, rifiutano il vaccino o i green pass. Di costoro si fanno pubblicamente rimbalzare gli argomenti più deboli, folkloristici e marginali (per quantità e qualità), mentre si evita il confronto con i loro argomenti più seri e si banalizzano o sotterrano i loro dubbi circostanziati e calibrati, riducendo a macchiette da ostracizzare e silenziare coloro che li esprimono. Questi meccanismi vengono attivati tanto nell’ambito del discorso della gente comune, quanto nel campo della ricerca scientifica sul virus e sul vaccino e in quello dell’analisi politica e costituzionale in tema di governo della pandemia, di “stato di emergenza” o “ “stato di eccezione”, di policy sanitaria, di campagna vaccinale, di diritti fondamentali o di green pass. Come ebbe ad obiettare qualche settimana fa un acclamato giornalista ad un accreditato filosofo: “I nostri scienziati ritengono che … Punto. La scienza è quella nostra!”. Non ho molto da aggiungere a un così denso argomento. Se non che: siamo giunti all’epilogo di ogni normalità, di ogni discorso meritevole di ascolto, dato il livello del confronto pubblico in cui siamo precipitati; un livello in cui non ci facciamo mancare nemmeno il contributo di noti mediatici “virologi & affini” che intonano “Sì si vax, sì sì vax, vacciniamoci… il Covid non ci sarà più se ci aiuti anche tu”, una Jingle Bells Vax che dà da pensare sulla scienza e sulla razionalità che si mobilita al fianco del detto acclamato giornalista.

“Ma mi faccia il piacere!”

   Come trattenersi, a questo punto? È davvero difficile trattenere la reazione del comico-principe: “Ma mi faccia il piacere! Qui l’unica normalità che è rimasta è quella di aver trovato chi paga per tutti e per tutto!”. Insomma, cari sì sì vax, lo ripeto: siamo al capro espiatorio, all’untore e allo stolto che s’aggirano nel nostro villaggio; all’irrompere dell’irrazionale nella nostra normalità vaccinata. In altre epoche, in altre civiltà, in uno scenario del genere si sarebbe anche visto e combattuto contro la dirompente “impurità” degli incivili e immorali[2]. Ma niente è escluso, prossimamente sui nostri schermi.

   È una “normalità imbarazzante” quella sotto la quale si agitano comuni cittadini, media, istituzioni scientifiche e autorità politiche. Ed è doppiamente imbarazzante questa normalità costruita sulla logica del capro espiatorio: la normalità che ormai addebita ogni responsabilità per la “pandemia che non passa” a chi dubita del vaccino, a chi non si convince a vaccinarsi, a chi oppone resistenza e disobbedienza civile ai green pass, a chi dissente su contenuti e sulla gestione della campagna vaccinale e della strategia anti-pandemica, e magari anche sulla mancanza di interventi strutturali necessari per attrezzare la società di fronte ad una Covid-endemia.

   Se chiudiamo gli occhi sulle sabbie mobili di questa normalità imbarazzante e puntiamo l’indice contro il capro espiatorio, sotto l’impulso complice di istituzioni politiche e scientifiche, allora, certo, tutto diventa facile: si divide la società, si contrappone una minoranza “deviante” ad una maggioranza “perbene” (e “normale”), si isola e colpevolizza una parte della cittadinanza, si imprime pubblicamente uno stigma a individui che vengono declassati da persone, cittadini ed esperti pleno iure a “persone segnate”, screditate o screditabili, additate per mezzo di un linguaggio che li ritrae con attributi socialmente indesiderabili, come persone e cittadini (cognitivamente e moralmente) irrazionali, e perciò da trattare come mentalmente e moralmente disturbati o in termini di infrazione della legalità, dell’ordine pubblico e civile o dell’ordine dei medici. Arrivati a tal punto, diventa legittimo e fonte di plauso rivolgere contro questa parte della cittadinanza ogni epiteto, fiumi di tracotanza e dileggio, così come diventa legittimo o desiderato che si sottragga ad essa il fior fiore dei diritti fondamentali. Dire che questa parte della società è esposta alla gogna pubblica, secondo le vestigia aggiornate ai nostri tempi, non è fuori posto. Il tutto alla faccia del tanto propugnato odierno “politicamente corretto”.

Impazzimento collettivo, paura, cinismo

   Il Presidente Mattarella, nel messaggio di fine anno agli Italiani, l’ultimo del suo mandato, ha sottolineato di aver percepito «l’aspirazione diffusa degli italiani a essere una vera comunità, con un senso di solidarietà che precede, e affianca, le molteplici differenze di idee e di interessi»[3].Mi scusi, Presidente, ma lei dove è vissuto negli ultimi due anni? Di quali Italiani parla? Come si manifesta una tale «aspirazione diffusa»? Quale è mai quella «solidarietà che precede le molteplici differenze di idee e di interessi»? È forse quella innescata dall’inopinabile affermazione del premier Draghi in pieno clima di tensione e di spaccatura tra gli Italiani su vaccinazione e green pass: «Non ti vaccini, contagi e muori; oppure, non ti vaccini, contagi e fai morire»?[4]. Si può condividere o meno questa affermazione, ma essa ha radicalizzato pesantemente la divisione di un Paese già guerreggiante su fronti contrapposti, un Paese che nel bel mezzo di una crisi tanto insidiosa non aveva bisogno di seminatori di odio, di colpevolezza morale, di pressappochismo scientifico, oltre che di incultura democratica.

   La paura e il cinismo, non il senso di comunità, sono gli inquietanti registi di questo nostro brutto film. Se la paura di solito fa 90, con l’aiuto del cinismo ora arriva anche a 100. Questo, in Italia, è stato il capolavoro del “governo dei migliori”, di un governo (quasi) di unità nazionale, un capolavoro scaturito dalla linea messa in campo dalle autorità pubbliche, e che ha visto in prima fila grandi mezzi di comunicazione e agenzie della conoscenza. Un governo che nulla ha fatto per evitare quello che, a guardarlo da fuori, appare un impazzimento collettivo, anzi: un governo che ha autorizzato la cura a colpi di vaccino, green pass e capro espiatorio. “Signora mia, la vedo pensosa e perplessa… Lei pensa che bisogna aver fatto o detto chissà cosa per meritarsi la patente di capro espiatorio… Non ci vuole niente, sa, signora mia! Niente ci vuole a diventare capro espiatorio, creda a me! Modi e occasioni non mancano. Gliel’insegno io come si fa. Ecco. Una sera, a tavola imbandita, basta che lei si metta a dire e a fare cose ragionevoli ma che disturbano i commensali vestiti a festa. Nessuno crederà le sue parole, e per tutti lei diventa subito un capro espiatorio, col berretto da matto in testa. Consideri seriamente la ‘forma’ di ciò che accade in quella sera, e ci metta i ‘contenuti della vita’ che preferisce. E voilà, il gioco è fatto”[5]. Tutto ciò è molto magico. Ma caspita se non ha anche una sua razionalità!

Note

[1] Vedi E. Canetti, Massa e potere, 1981 (ed. or. 1960).

[2] Per chi volesse approfondire il tema, consiglio la lettura di Barrington Moore jr., Le origini religiose della persecuzione nella storia, 2002 (ed. or. 2000).

[3] S. Mattarella, Messaggio di Fine Anno del Presidente della Repubblica, Roma, Palazzo del Quirinale, 31.12.2021.

[4] M. Draghi, Conferenza stampa al termine del consiglio dei ministri, Roma, 22.7.2021.

[5] Citazione liberamente tratta da L. Pirandello, Il berretto a sonagli, 1917.


Pubblicato su questo sito il 4 gennaio 2022

One Reply to “Pandemia che non passa e capro espiatorio. Una società in cerca di cura, e che piglia lucciole per lanterne”

  1. Carissimo Professore,
    in questo articolo ritroviamo l’essenza delle Sue lezioni universitarie e per questo volevamo ringraziarLa. In questo ginepraio di informazioni deliranti abbiamo trovato ristoro nelle Sue parole e nella Sua lucida, arguta e interessante analisi: per noi, giovani adulti in un mondo decadente, è importante sapere che qualcuno – lì fuori – condivide il nostro pensiero e lo esprime con autorevolezza.
    Da due anni tutti utilizzano le stesse parole, tutti si avvalgono delle stesse argomentazioni, tutti risultano narcotizzati dalla paura: grazie per aver colto delle sfumature spesso taciute e per aver dato consistenza a dei pensieri spesso sviliti.

    Cordialmente,
    Ex Studenti UniTn

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