Draghismo e tecnopopulismo

Il governo Draghi è al lavoro da quasi sei mesi. Si è discusso molto sulla sua natura: governo tecnico, non tecnico, misto, istituzionale. Mettiamo da parte questa disputa e i suoi equivoci. Fermiamo un punto: non è un “governo tecnico”. Non perché a capo di molti ministeri ci sono dei “politici”, ma perché (come sempre) non è “tecnico” il lavoro che fanno gli stessi “ministri tecnici” da Draghi (e Mattarella) scelti alla guida di ministeri cruciali, e che ora maneggiano il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) autorizzato da Bruxelles. Questi ministri, e lo stesso Draghi, sono detti “tecnici” solo nel senso che non sono figure elette dal popolo. A ben considerare, l’acclamazione tributata a Draghi e ai suoi uomini di fiducia dovrebbe imbarazzare una democrazia, perché fa da volano a un’idea di “democrazia podestarile” (o “signorile”): quasi una versione aggiornata dei cosiddetti “regimi popolari” di epoca dantesca e dell’Italia dei Comuni, dove i “signori” più potenti, ricchi e amati (ma anche odiati) venivano investiti di legittimità da poteri “extra-comunali” (ad esempio, l’imperatore o il papa), e dove le istituzioni cittadine (rappresentative del  popolo) sopravvivevano, ma spesso solo per ratificare le decisioni o al più a condizionare la volontà dei “signori”, effettivi detentori del potere. Anche i “signori delle democrazie” odierne derivano la loro legittimità, prima ancora che dalla volontà popolare, da circuiti e risorse di potere (tra cui la “competenza tecnica”) equivalenti, sotto il profilo funzionale a quelli dell’età medioevale-comunale (“equivalenti o sostituti funzionali”, nel linguaggio della sociologia di Robert Merton). I circuiti e le risorse della “competenza” oggi concorrono a ridislocare il potere e la sua legittimità dai “molti” (demos-crazia) ai “pochi” (oligo-archia) o “migliori” (aristo-crazia). Fuori da ogni analogia anacronistica, proviamo a gettare un sasso nell’acqua stagnante delle idee con cui oggi guardiamo alla democrazia.

     Come ogni governo, anche il governo Draghi ha un suo indirizzo “politico”: gerarchizza temi e scelte, e media (se e come ritiene), secondo un’”immagine della società” e “criteri di rilevanza” derivanti da molti fattori: valori personali o di ceto, estrazione socio-culturale, ruoli e sistemi di relazioni, reti di potere e di interessi, legami di ceto, scopi (confessabili e non). Il modo di vedere i problemi della società, le soluzioni e le priorità che danno l’impronta al governo Draghi (la sua “identità politica”) fanno capo alla figura pubblica e alla biografia, al ruolo e allo status “sistemici”, al posizionamento tra le forze del “campo politico” (per muoverci sulla scia di un concetto di Pierre Bourdieu), di Draghi esponente di punta del mondo bancario-finanziario. Senza giri di parole: né santo né diavolo, Draghi è interprete di prestigio del mondo delle élites neo-liberali. Benché egli interpreti la parte con acume, pragmatismo e sensibilità che talora sfuggono all’ortodossia ideologica, economico-finanziaria e politica neoliberale, la “visione del mondo” e la struttura degli interessi e delle priorità di Draghi sono quelle delle élites del potere e dell’orientamento neoliberale dominanti nell’ultimo mezzo secolo. Possano piacere o meno, le sue scelte per il “bene del Paese” non sono né possono essere “tecniche”, come invece inneggiano la vulgata sul “governo dei competenti” e gli alfieri di TINA a ogni livello della piramide sociale. Una democrazia che crede possibile definire su basi tecno-scientifiche un indirizzo politico univoco per il bene del Paese, oggi come in passato, o non capisce cosa è la politica o è in mala fede. Il quid della faccenda non è la competenza tecnica, bensì la “retorica della competenza” con cui viene osannato Draghi e che oscura il significato della “competenza politica” e cosa da essa aspettarsi in una democrazia.

     Affrontare i difficili problemi di questi anni richiede a chi ha responsabilità di governo una capacità di lettura delle trasformazioni della società, compresa la sindrome pandemica; una visione del senso di marcia e dei “fini”; idee e ideali sulla società; un discernimento dei valori su cui puntare. Occorrono, eccome, anche competenze e conoscenze. Tuttavia, nel governo di una democrazia la competenza politica non si riduce a maestria tecnica, né l’incompetenza politica si rimedia con i know-how tecnici di chi governa. Vediamo perché.

     Per gran parte dei cittadini, la “politica dentro le istituzioni” liberaldemocratiche si è svuotata di significato. D’altra parte, questa politica si appella a “vincoli esterni”: a definirne e giustificarne linea e contenuti sono “vincoli europei”, vincoli del debito pubblico, vincoli creati dal potere di mercato dei giganti della finanza; vincoli dettati dalla scienza e degli esperti, dai tribunali o dal politically correct sponsorizzato da minoranze attive e ottimamente mediatizzate. Il parlamento, con i suoi partiti, spesso si limita a ratificare, con variazioni ai margini, scelte prefigurate da tali vincoli, ossia dal “potere strutturale” (come lo definisce la politologa americana Susan Strange) e dai loro “signori”; il suo compito politico, la sua “sovranità democratica”, il suo potere di rappresentanza della volontà e delle preferenze espresse dai cittadini alle elezioni, sono miseri. Si può quindi capire perché molti cittadini non vanno neppure più a votare, come in ultimo è accaduto in Francia, dove solo uno su tre ha votato per le amministrazioni locali, che pure sono quelle che toccano più da vicino la vita delle persone. Il risultato, paradossale e inquietante, è che difensori delle democrazie liberale plaudono la sconfitta dei “neo-populismi di governo o di opposizione” (nella fattispecie, leggi: macronismo e lepenismo), mentre l’“effetto perverso sistemico” del voto è la sconfitta della democrazia dei nostri tempi, quella elettorale, a causa del crescente assottigliarsi della partecipazione al voto, quel voto che è perno del “metodo” e del “credo”  democratico e che misura il “sostegno al sistema” democratico.  Fatti arretrare i “barbari populisti”, arretra la democrazia dei neo-liberali. C’è da riflettere.

     Così, mentre viene celebrata la competenza tecnica, e la scienza diventa un mito, si fatica a comprendere il senso della politica e della democrazia. Ma se il cittadino comune si allontana dalla politica, la politica continua a occuparsi di lui: a farlo assai meno, però, è quella democratica. Con questo monito, torniamo a Draghi. Anche le sue scelte sono politiche e “perciò discutibili”: è un diritto/dovere criticare e dissentire in tema di “bene del Paese”, ad es. sull’avvio dello sblocco dei licenziamenti senza un piano di tutela dei lavori fragili e di rilancio dell’occupazione. L’azione di governo è un esercizio della pratica del potere che vive in simbiosi con la critica del potere. Draghi ne è consapevole: perché il nostro felpato premier è davvero un uomo politico; perché il senso della politica è sempre stato chiaro tra le élite del potere. Ma c’è uomo politico e uomo politico. Allora spendiamo due parole sull’uomo politico di rango. Questi è tale in quanto fa politica per “vocazione” (Beruf): cioè per la “professione” e per la “causa” che lo motivano. È la lezione di Weber, il grande scienziato sociale, lucido interprete della modernità, dotato di quell’”immaginazione sociologica” che gli ha fatto prefigurare non pochi caratteri del mondo di oggi. Per dirla in breve, la radice della politica presa sul serio sta nel contribuire, con passione, con senso di responsabilità e con lungimiranza, alle scelte collettive democraticamente legittimati.

     La cultura della competenza tecnica, sulla base della quale, nel nome di TINA, viene esaltato Draghi, ma anche svilito il pluralismo politico e stigmatizzato il dissenso, si abbraccia pericolosamente alla cultura tecnocratica che pervade la nostra società, dove, sotto il regno del Covid, un po’ tutti sono alla ricerca di sicurezze e assicurazioni di fronte ai rischi sanitari o economici. Si tratta di stati d’animo e aspettative che non concernono solo il Covid o i vaccini: si pensi a cosa, da sempre, chiediamo alla medicina, alla sismologia, alla scienza economica, alla psicologia. D’altra parte, le pretese spesso assolutistiche verso la scienza e le tecnologie (della salute del corpo, della psiche e della società) sollecitano risposte avvolte in un’ideologia tecnocratica non realistica né desiderabile. Per frenare lo scivolamento in un totalitarismo della competenza tecnica, in politica servono raziocinio e saggezza, o almeno buon senso; non le scorciatoie di influencer che nutrono piattezza culturale e greggi di follower di ogni colore, dove il “governo dei competenti” viene visto come strumento salvifico in democrazia e per la democrazia. Il discorso sulla competenza e sull’incompetenza in politica è importante, ma difficile e delicato. Non va confuso con la propaganda o il conformismo politici, con le campagne di opinione o elettorali per massimizzare il consenso, di una parte o l’altra, a colpi di delegittimazioni morali o scientifiche di chi la pensa diversamente. Se si persiste su questa strada, si svuotano le urne e si mortifica il pluralismo delle opinioni, si narcotizzano la libertà e l’eguaglianza e si rischia di esacerbare gli animi. Cari draghiani, criticare Draghi o opporvisi, giova alla competenza politica in democrazia. Draghi, nel suo difficile esercizio di uso del potere di cui dispone, lo sa. A non saperlo, forse, sono molti dei suoi tifosi e cortigiani: adepti del tecno-populismo.


Pubblicato su questo sito il 4 luglio 2021 – Uscito su “l’Adige” e “Alto Adige” del 5 luglio 2021.

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