Un nuovo bipolarismo che avanza. Voto regionale e maggioranza/opposizione in Parlamento

(Uscito, in versione e con titolo leggermente diversi, su “l’Adige” e l’Alto Adige”, 14 ottobre 2020 – Pubblicato su questo sito il 14 ottobre 2020)

Dopo il bipolarismo di marca Forza Italia e Pd (già Pds), dopo i governi “tecnici” e/o di “larga intesa”, dopo il tripolarismo M5s, Pd, Lega che ha dato vita a maggioranze prima echeggianti una politica “anti-sistema” (M5s-Lega) e poi di natura “pro-sistema” (M5s-Pd), sta ritornando un nuovo bipolarismo? Siamo alla sfida tra un nuovo centro-sinistra (CSx) e un nuovo centro-destra (CDx), guidati da Pd (che cerca di incapsulare un declinante M5s) e da Lega (che cerca stabile appoggio in un FdI in ascesa)? Sembra così, seppur il quadro nazionale è in movimento. Molto dipenderà dalla legge elettorale e dalle alleanze con cui si andrà al voto per il Parlamento, come dalle contingenze e sorprese sempre nascoste nella politica. E da quale sarà il futuro dei 5s. Ma i risultati delle regionali del 20-21 settembre sono un buon test per focalizzare il quadro politico dell’Italia di oggi: a un anno dal traumatico e avvelenato passaggio dal governo Conte 1 al Conte 2, con la fine della maggioranza M5s-Lega e la nascita di quella M5s-Pd.

A settembre si è votato per 7 Regioni (Valle d’Aosta, Liguria, Veneto, Toscana, Marche, Campania, Puglia); a queste aggiungiamo Umbria (che ha votato nell’ottobre 2019), Emilia Romagna e Calabria (nel gennaio 2020), cioè dopo il ribaltamento della maggioranza nell’estate 2019.  Abbiamo così un ciclo regio-elettorale che misura consensi e rapporti di forza tra i partiti nelle stesse Regioni al voto prima (2014-2015) e dopo (2019-2020) i due governi Conte. In queste 10 Regioni sono stati chiamati al voto oltre 25 mln di elettori, la metà della cittadinanza: un numero massiccio di cittadini, non piccoli segmenti di elettorato nazionale; in diverse grandi Regioni, tutte significative per motivi vuoi socio-economici o politici, ben distribuite tra Nord, Centro e Sud. I risultati riflettono certo situazioni e problemi delle aree regionali, come mostra pure il rigoglioso panorama di liste locali, “civiche” o “del Presidente”. Ma dopo tanti sondaggi in salsa varia, il ciclo regionale 2014-15/2019-2020 può dirci qualcosa anche a livello nazionale, poiché ha attraversato un’intera fase di rifacimento di equilibri politici nazionali: passaggio dal Conte 1 al Conte 2, politicizzazione nazionale del voto regionale secondo lo schema CDx vs. CSx, consistenza della forza della maggioranza M5s-Pd e della forza della “spallata” dell’opposizione targata Salvini-Meloni. Quale lo stato di salute delle principali forze politiche?

A dispetto dei verdetti post-elettorali emessi da capi politici, analisti e giornali, non è facile tracciare un bilancio univoco su chi ha vinto e chi perso. Il M5s, senza dubbio, esce malissimo da questo ciclo regionale; però trae fiducia dal successo referendario del Sì al “taglio dei parlamentari”, che il gruppo dirigente legge come misura del suo capitale di voti. Ma Pd e Lega? Sono, rispettivamente, il vincitore e il perdente, come dice la narrazione prevalente? Il responso delle urne si presta a differenti letture. Il ritratto politico del Paese cambia a seconda di quali aspetti dei risultati consideriamo: “percentuali” di voto delle forze politiche, numero di Regioni governate, seggi nei Consigli regionali, voti “assoluti” raccolti alle urne; confronto del voto regionale 2020 con le ultime elezioni politiche (2018) o con le europee (2019) o con il precedente voto regionale nelle stesse Regioni. Così, ad esempio, si può parlare di successo di Pd e CSx che sono riusciti a conservare il governo di Regioni di primo piano (Emilia Romagna, Toscana, Campania, Puglia), che i sondaggi talora vedevano a rischio; ma si può anche parlare di successo di Lega e CDx che conservano, alla grande, il dinamico Veneto, e la Liguria, e inoltre conquistano Umbria e Marche (due feudi elettorali Pd). Insomma, di fronte al voto che esce dalle urne possiamo usare una varietà di conteggi, argomenti e confronti, dai quali emergono risultati e quadri politici differenti: la realtà ha molte facce.

Tenendo da parte la Valle d’Aosta, dopo il voto del 2014-15 il CSx è al governo in 7 Regioni su 9 (Emilia Romagna, Toscana, Umbra, Marche, Campania, Puglia, Calabria), il Pd primo partito di coalizione e suoi sono tutti i presidenti di Regione; il CDx ne governa 2 (Liguria e Veneto), la Lega è primo partito di coalizione solo in Veneto e solo qui esprime la presidenza. Oggi, dopo il voto del 2019-20, il CSx governa 4 Regioni su 9, il Pd è sempre primo partito di coalizione e suoi sono i 4 Presidenti; il CDx ne governa 5, la Lega è primo partito di coalizione e ha la Presidenza in 2 Regioni (Veneto e Umbria). Bilancio: ieri tra CSx e CDx era 7 a 2, oggi è 4 a 5. Se il CSx a guida Pd stappa bottiglie perché ha conservato 4 Regioni perdendone però 3 nel giro di cinque anni (di cui 2 storicamente sue), perché il CDx a guida leghista avrebbe perso dato che ne ha conquistate 3 e conservate quelle che governava? Perché dichiarazioni e aspettative circolate nelle campagne elettorali, sondaggi e giornali prefiguravano ben altro: “spallate” del CDx e “crolli” del CSx. Ma campagne elettorali e sondaggi, come sappiamo, sono essi stessi partite politiche, che seguono una loro logica, nutrita di propaganda, manipolazione o difetti di varia natura, tecnici e non. Non è saggio né illuminante usarli come un metro di misura tutto oro colato, anche se lo si fa per ragioni facili da intuire. Ma ora abbiamo i “numeri reali”. Se la lettura “statica” dei risultati dice “quasi pari” (5 a 4 per il CDx), quella “dinamica” dice ben altro: +3 Regioni per “CDx leghista” e -3 per “CSx piddino”. È un’informazione di tendenza da non sottovalutare.

Allarghiamo ancora lo sguardo. Consideriamo tutte le Regioni (escluse Valle d’Aosta e Province autonome di Alto Adige e Trentino). Tra 2017 e 2020 sono andate al voto per rinnovare i governi nati dopo le precedenti elezioni (tra 2012 e 2015). Possiamo quindi confrontare due cicli voto regionale: 2012-15 e 2017-20. Con i risultati del primo, il CSx è al governo in 15 Regioni e il CDx in 3. Il secondo ciclo produce un vero e proprio ribaltamento: il CSx scende a 5, il CDx sale da 3 a 13. Un terremoto: il CSx conserva solo 5 Regioni, ne perde 10, non ne guadagna alcuna; il CDx mantiene 3 Regioni, non ne perde alcuna, ne guadagna ben 10. Inoltre, la Valle d’Aosta passa dall’autonomista Union Valdotaine (alleata con CSx) al CDx leghista (anche se poi in consiglio si formerà una nuova maggioranza Uv-CSx), l’Alto Adige dall’alleanza Svp-CSx a quella Svp-Lega, il Trentino dal CSx a guida Pd al CDx a traino leghista. il quadro politico italiano, visto su questo piano, mostra la radiografia di un mutamento sottotraccia, nei territori nazionali, diverso da quello intervenuto nello stesso arco temporale a livello nazionale, un mutamento che ad oggi non trova rappresentanza nel Parlamento.

Tutto ciò spiega molte cose delle recenti vicissitudini della politica nazionale: la crisi, apparentemente inspiegabile, del governo Conte 1 (M5s-Lega) aperta a Pescara da Salvini nell’agosto 2019; il mancato scioglimento delle Camere chiesto  da Salvini; il rigorismo costituzionale del Presidente Mattarella, che però ha significato una chiusura politica delle istituzioni e degli equilibri parlamentari usciti dalle lezioni del marzo 2018 di fronte ai mutamenti profondi dei rapporti di forza tra i partiti; la nascita del governo Conte 2, con un’alleanza “obbligatoria” tra Pd e 5s e finalizzata ad arginare la crisi politica ed elettorale del primo (progressiva) e del secondo (repentina), oltre che per tenere in minoranza Lega e FdI in vista dell’elezione del prossimo Presidente della Repubblica. È in questo quadro politico in movimento che compaiono tendenze verso nuovi equilibri rispetto al passato recente. E a livello nazionale prende corpo un bipolarismo che trova radici già nel voto regionale: un inedito CSx (Pd, M5s) contro un CDx anch’esso in parte nuovo (Lega, FdI, FI). Perché? Questo un’altra volta.

2 Replies to “Un nuovo bipolarismo che avanza. Voto regionale e maggioranza/opposizione in Parlamento”

  1. Bipolarismo teutonico che mette a rischio la Grosse Koalition (GroKo). In Turingia primo partito e la sinistra di Linke tallonata dalla destra dell AfD, che tocca il risultato record del 23,4%: crollano Cdu e socialisti, rispettivamente al 21,8 (perdendo undici punti) e all 8,2%. Ecco perche anche in Germania, dove il centro non e piu maggioranza, l elettore premia una o l altra parte.

  2. A mio parere la situazione politica italiana è in divenire, fluida o, per usare le parole del profeta Bauman, liquida.
    In Europa mi sembra si stiano affermando delle tendenze abbastanza leggibili: declino dei tradizionali partiti di centro-destra e centro-sinistra ed emergenza di un nuovo clivage fra chiusura nazionalistica dell’ultra destra e ambientalismo dei partiti verdi.
    Da questo processo pare che – almeno per ora – siano esclusi gli stati di area mediterranea, fra cui l’Italia, dove l’ecologismo ha sempre avuto difficoltà a riscuotere grandi successi elettorali. Il Movimento 5 Stelle era il candidato ideale per incanalare i voti di questa area politica, ma dopo gli insuccessi nelle battaglie della TAP e della TAV ha perso il suo appeal ed ora si trova in una crisi abbastanza profonda.
    Il panorama politico del nostro Paese che ci si ritrova di fronte è ora questo:
    – La destra sovranista. Lega Nord (per convenienza elettorale) e Fratelli d’Italia (per tradizione) esprimono delle idee abbastanza simili. Probabilmente finiranno per spartirsi equamente l’elettorato “di destra”, con imprevedibili perturbazioni dei risultati a seconda dell’umore dei votanti.
    – La galassia di partiti “di centro” europeisti. Guidati da leaders in cerca di visibilità (da Berlusconi a Renzi a Calenda) sono destinati a rimanere ininfluenti o al massimo ad avere effimeri exploit per poi venire nuovamente ridimensionati nella tornata elettorale successiva.
    – Il Movimento 5 Stelle in crisi identitaria. Non credo sia prevedibile il suo futuro o sapere se formerà un polo progressista con il PD in quanto preda di free riders come Di Battista che rendono incerta la direzione che prenderà. Molto alto il rischio che scompaia dalla lista dei partiti con percentuali che contano.
    – Il Partito Democratico. Sedicente vincitore delle ultime elezioni regionali, in realtà è un gigante dai piedi d’argilla. I voti che racimola vengono concessi più “per abitudine” che per reale convinzione e, soprattutto, solo per non venir dati agli altri avversari. Anche il suo futuro mi sembra abbastanza precario: è un partito che potrà rimanere in piedi solo fino a quando non vi sarà un’alternativa progressista con un programma più chiaro e convincente (magari anche attento all’ambientalismo).
    – I litigiosi partiti a sinistra. Incapaci di unirsi per far fronte comune ma anche di modernizzare il loro linguaggio per attrarre nuovi elettori. Se si calcola pure la scarsa visibilità mediatica che viene loro concessa si può ben capire come possano aspirare a raggiungere solo percentuali irrisorie.

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