Il velo sull’Unione europea e il governo Conte 2

(Pubblicato su questo sito il 3 agosto 2020 – Uscito, in versione leggermente diversa, su “Alto Adige” il 3 agosto 2020; e, con altro titolo, su “l’Adige” del 4 agosto 2020)

Dopo il Consiglio Ue: un velo quieto e soddisfatto dopo la tempesta. O prima della tempesta?

Il 22 luglio il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha riferito in Parlamento sugli esiti del Consiglio europeo del 17-22 luglio. L’intervento ha condensato e istituzionalizzato i giudizi circolati in tutta Europa, a bocca tanto di capi di governo e di autorità Ue, giudizi a cui i grandi organi di informazione/opinione avevano già preparato un terreno ben concimato, pur con differenze nei toni e nei contenuti dell’euroentusiasmo che nei vari contesti nazionali ha benedetto l’accordo di Bruxelles. Conte ha parlato di «decisioni di portata storica», di «passaggio fondamentale» per l’Europa mostratasi «all’altezza della sua storia, della sua missione, del suo destino»; di «radicale cambiamento di prospettiva», di un’Europa «più coesa e solidale, più coerente con lo spirito originario del sogno europeo». Solo incidentalmente ha pure detto: «il grande accordo di Bruxelles è l’unico percorso possibile per preservare l’integrità del mercato unico e la stabilità dell’Unione monetaria». È un passaggio nevralgico. Getta luce sul significato né retorico né banale del «successo» del vertice europeo. Involontariamente offre la chiave per squarciare il velo della narrazione dominante. Insaporito col sale, olio e pepe di un po’ di sano realismo politico, non si fatica a scorgere come l’attuale Ue si orni dell’ideale europeo di «unità fondata su una comunione di valori, storia, destino» per alimentare lo spazio vitale del grande capitale internazionale: mercati aperti, integrati e stabilità monetaria per come sono razionalizzati dalla dottrina economica e dalla politica neoliberali pro-sistema. Questo cortocircuito tra ideali europeisti di solidarietà, giustizia sociale, eguaglianza nella libertà, diritti e benessere inclusivi, da un lato, ed economia, società, politiche e politica neoliberali, dall’altro, deforma il discorso pubblico, provoca illusioni e delusioni, ma anche frustrazione, apatia o rabbia di molti cittadini, apre a opportunismi e strumentalismi di partiti e leader politici; e annebbia la vista a chi cerca di capire. È in questo cortocircuito, inoltre, che si sviluppano confronto e manipolazione politica, e che si colloca il conflitto tra politica pro-sistema e politica anti-sistema. D’altra parte, i diffusi tentativi mediatici, intellettuali e politici di ridurre il campo della politica odierna a una contrapposizione tra europeismo e antieuropeismo può essere una strategia efficace quanto si voglia, ma è mendace poiché distrae l’attenzione dall’effettiva e importante posta in gioco: quale Europa? Quali politiche e politica dell’Ue? L’orizzonte di idee dell’odierno “europeismo del Bruxelles consensus”, figlio di una politica chiusa a difesa del regime neoliberale, cela le sfide e i problemi emergenti: è sempre così, dice storia, quando esigenze e bisogni popolari nuovi spingono per un rimescolamento delle carte sbarrato dal “vecchio regime” e dai sui interpreti.

È in questo quadro che va ricodificata la narrazione del successo del vertice europeo, le sue distorsioni retoriche e gli esercizi che enfatizzano alcuni dati e tacciono su altri, talora con sofisticata tecnicalità contabile. Proviamo a ricostruire qualche punto saliente dell’accordo di Bruxelles, senza tifo per Merkel, Macron, Conte o Zingaretti, per Le Pen, Mélenchon, Salvini o Meloni. Quali le cifre basilari sottoscritte al vertice?

Anzitutto va chiarito che il Consiglio europeo ha stabilito anche i fondi del bilancio Ue 2021-27 e non solo quelli del c. d. Recovery Fund (più propriamente:  Next Generation European Union – Ng-Ue. Il bilancio è stato fissato a 1.075 mld circa: sostanzialmente in linea con quello precedente (2014-20), restando così sempre intorno allo striminzito 1,1% del Reddito Nazionale Lordo degli Stati membri. Su questo c’è stato subito ampio consenso da parte di tutti, Commissione compresa e parlamento Ue al più a mugugnare. Non una svolta “storica per le le prospettive comunitarie. Vero. Ma, con onestà intellettuale e politica, va sottolineato che il Consiglio pure ha stanziato fondi aggiuntivi e straordinari a favore degli Stati, per fronteggiare la crisi legata all’emergenza Covid-19: il famoso Recovery Fund, Fondo per la Ricostruzione. Un po’ pomposamente, le istituzioni Ue lo hanno chiamato “Ue della Prossima Generazione” (Next Generation Eu, Ng-Eu), anche per enfatizzare il volto «resiliente» che si vorrebbe dare ai programmi di ricostruzione post pandemica. Il fondo è davvero straordinario: per l’ammontare delle risorse complessive che mobilita (750 miliardi), ce he sfiorano i ¾ del bilancio ordinario Ue dei prossimi 7 anni; perché è pensato come misura temporanea, una tantum, che è “eccezione” rispetto a quanto dettano trattati e regolamenti Ue. Scrutiamo meglio questa cifra.

L’ammontare finanziario di 750 mld per la Ng-Eu definito nell’accordo di luglio è lo stesso in origine indicato dalla Commissione, che recepiva una proposta franco-tedesca. Ma dopo interminabili, estenuanti e a loro modo illuminanti negoziati, il Consiglio ha fortemente mutato la composizione del fondo. La proposta originaria prevedeva questa ripartizione: uno stanziamento di 500 mld di “trasferimenti” (detti impropriamente “a fondo perduto”) e uno di 250 mld di “prestiti”. I 500 mld di “trasferimenti” rappresentavano la mediazione tra la proposta di 1000-1500 mld avanzata dai Paesi del Sud (Italia e Spagna in testa), i “goderecci”, e quella di 300 mld fatta dai Paesi del Nord, i “frugali” (guidati da Olanda, storico alfiere della Germania, non trascuriamolo) (Cfr. ISPI, 20 maggio 2020). L’accordo finale ha visto scendere i “trasferimenti” da 500 a 390 mld e salire i “prestiti” (che sono più onerosi per chi li riceve) da 250 a 360. I fondi complessivi ipotizzati per l’Italia salgono da 170 originari a 209 mld: da qui l’esultanza delle forze di governo e di gran parte dei media per il successo italiano; da qui l’incoronamento del premier Conte a novello salvatore della patria. Guardando le cifre e l’”apparenza dei numeri”, non c’è dubbio: per l’Italia si tratta di un buon risultato. Ma a ben vedere, tanto “conte-entusiasmo” è fuori luogo, non c’è da stappare né champagne né spumante. Infatti i 39 mld in più assegnati sulla carta all’Italia sono dovuti all’aumento della quota del “prestito”, che arriva a 127 mld, mentre i “trasferimenti sono rimasti 81 mld come all’inizio.

Ampliamo ancora un po’ la finestra sul nostro Paese. Per un verso, l’erogazione dei 127 mld di prestiti è vincolata al rispetto di “condizionalità” stabilite dall’Ue, per l’altro verso i tassi di interesse che l’Italia dovrà pagare non sono molto diversi da quelli previsti dal Mes, ossia quello strumento Ue di aiuto agli Stati su cui le dure polemiche e le valutazioni contrapposte, e spesso trasversali tra maggioranza e opposizione, non arretrano, e su cui Conte ha sempre detto, riassumendo: “No! Il Mes non va bene. L’Europa deve fare di più di fronte a una crisi che è senza precedenti e di portata sistemica, e non strozzare gli Stati e se stessa”. Questa posizione propagandata dal premier trova nel governo il gradimento del M5s ma pure i dissapori del Pd e la contrarietà del plenipotenziario ministro dell’Economia Gualtieri. Insomma, l’accordo di Bruxelles acumina le spine nel fianco del Conte 2. Anche perché i finanziamenti del Ng-Eu, nella migliore delle ipotesi, arriveranno dalla metà del 2021, mentre l’emergenza economica di famiglie, di piccole e medie imprese, dell’occupazione e dei precari, morde già da tempo e proietta un “autunno caldo” al rientro dalle vacanze. Non a caso il governo Conte 2 ha dovuto fare approvare dal Parlamento un terzo scostamento di bilancio (di 25 mld) in pochi mesi, arrivando a un totale di 100 mld di sforamento del bilancio: ciò fa a pugni con l’ortodossia della teoria economica mainstream e con i vincoli di stabilità di Maastricht ai quali l’Ue dichiara di non rinunciare. La Commissione dovrà autorizzare questi pesanti sforamenti dei conti pubblici. E nel farlo terrà conto, come già nel recente passato, del fatto che il governo Conte 2 (Pd-M5s) pro-sistema non è il Conte 1 (Lega-M5s), “populista” e anti-sistema. Ancora una volta, nelle valutazioni e decisioni Ue a prevalere saranno, più che le considerazioni di tipo contabile-finanziario, quelle di tipo politico, in un campo del conflitto definito dai “buoni” (pro-sistema) contro i “cattivi” (anti-sistema). Bruxelles troverà gli argomenti “tecnici” utili a consentire gli sforamenti del Conte 2. Ma l’Italia vedrà un ingente aumento del deficit e dell’indebitamento, e una democrazia sotto ricatto. Sempre che ciò e la fede nell’”oggettività” dell’economia (dei suoi numeri) e della democrazia interessi ancora a qualcuno.

 

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