La fiducia e la scienza. Il governo Conte 2 e le pressioni del virus Covid-19

(Uscito su “l’Adige” e “Alto Adige”, 6 marzo 2020 – Pubblicato su questo sito il 6 marzo 2020)

Chiusura di scuole e università in tutta Italia. Governo, 4 marzo mattino: “La chiusura è possibile, se ce lo chiedono gli scienziati”; governo, 4 marzo pomeriggio: chiusura di scuole e università, ma per gli esperti della sanità non c’è supporto scientifico per la misura. È un passaggio che deve far riflettere sui rapporti tra decisioni politiche e scienza. Su ciò che compete alla politica e ciò che compete alla scienza, specie in situazioni di crisi e di incertezza. Per troppo tempo ci è stata raccontata un’altra storia, e ci si fatti cullare da una bella favola che affidava ogni scelta alla scienza. Più o meno la seguente, che sovraccaricava di aspettative e responsabilità la scienza, e deresponsabilizzava la politica. Con danni per entrambe.

Rassicurare, sdrammatizzare, essere razionali, seguire la scienza; stemperare il principio di precauzione con quello di “proporzionalità” delle misure. Questo il “protocollo sociale e culturale” con cui le autorità pubbliche han chiesto e ottenuto non solo un cambiamento di tono, ma anche di contenuti e informazioni nella narrazione pubblica della crisi-contagio. Da qui i tg che aprono con il numero dei guariti e sono imbarazzati nel comunicare il numero dei contagi in Italia. Da qui, prima sembrava acclarato che la persona infetta dal virus potesse essere anche asintomatica, e che quindi pure gli asintomatici dovessero essere testati; poi Istituto Superiore della Sanità, Protezione Civile e governo stabiliscono di escludere gli asintomatici dal test e di fornire solo dati sui casi clinici «rilevanti», cioè riferiti a «pazienti in rianimazione o morti», con Il risultato che “ufficialmente” la progressione del contagio in Italia risulta significativamente rallentata., ma “sulla carta”: nella “realtà” non si sa bene, è tutto un enigma. Sta di fatto che un po’ tutti si sono conformati alla narrazione rassicuratrice, sotto il manto protettivo, aureo e sacro, della Scienza.

D’altra parte, però, mentre in Italia istituzioni politiche e sanitarie, al fine di rassicurare l’opinione pubblica, rivedono criteri di controllo e tecniche di identificazione dei contagiati senza avvalersi di solide o chiare basi di evidenza empirica, l’Organizzazione Mondiale della Sanità di giorno in giorno acuisce i suoi allarmi sui rischi di pandemia, la mappa del contagio si estende e la penetrazione del virus cresce (dati Worldometer), aumenta il numero dei governi occidentali in allarme, esperti e istituzioni di scienza e sanità imbracciano fioretto o sciabola l’un contro l’altro. Ma dobbiamo fidarci della scienza. Questo l’appello in questi giorni difficili, confusi e scomposti, di coronavirus: martellante, messo in vetrina dai media; questo l’appello che dal premier Conte e dal ministro della Sanità arriva fino all’ultimo degli assessori, condiviso da maggioranza e opposizione. C’è qualcosa che non funziona. In questo nostro mondo e nella gestione della crisi a colpi di stop and go. Non distraiamoci, nemmeno a Trento: la crisi è davvero insidiosa, sotto mille punti di vista.

Fa bene il Presidente Mattarella a insistere sulla necessità di avere fiducia negli scienziati. Ma il Presidente, e con lui molti esponenti della scienza, della politica e dei media, ad esempio Piero Angela, han voluto cogliere l’occasione per togliersi qualche sassolino dalle scarpe: «È accaduto in questi anni che la scienza fosse messa in discussione, abbiamo assistito a comportamenti irrazionali, al propagarsi di teorie antiscientifiche». Qui non c’interessa il caso specifico dei vaccini richiamato da Mattarella, ma la questione più generale della fiducia/sfiducia nei confronti del mondo della scienza. Non me ne voglia il Presidente, ma la contrapposizione secca tra scientifico e antiscientifico, tra razionalità e irrazionalità è semplicistica, fuorviante, e non coglie il problema di fondo che merita attenzione. Il punto, infatti, è altro: di quale scienza il cittadino si fida e di quale no? E perché? Per capirlo dobbiamo distinguere tra scienza, scienziati e istituzioni della scienza. Quella del coronavirus è una crisi pure culturale (e politica), un banco di prova per riflettere su questi interrogativi.

Da una recente indagine risulta che a livello mondiale la fiducia dei cittadini verso le professioni della scienza (60%) e della sanità (56%) è elevata, ben superiore a quella delle altre professioni: eccetto gli insegnanti (52%), negli altri settori non si arriva al 40%, con i giornalisti al 20% e il mondo della politica intorno al 10% (Ipsos Global Advisor 2018). Secondo un’altra indagine, la fiducia verso le professioni di scienza e sanità è persino superiore: rispettivamente 72 e 84% su scala mondiale, con punte nel Nord America (82 e 94%) e nell’Asia Centrale (82 e 87%) e livelli ancora superiori in Europa (Wellcome Global Monitor 2019). In Italia la fiducia nei confronti degli scienziati è stimata al 67%, il livello più alto in Europa (Gran Bretagna 62%, Francia 59%, Germania 52%) (Ipsos Global Advisor 2018). Questo livello di fiducia in Italia verso il mondo della scienza è niente affatto banale, se solo pensiamo che lo Stivale è tradizionalmente caratterizzato da scarsa fiducia in particolare verso le istituzioni. Ad esempio, secondo i dati di Demos/la Repubblica 2019 tra le 15 istituzioni sociali, politiche, economiche e culturali sondate solo 4 superano il 50% di fiducia (Forze dell’Ordine, Papa, Capo dello Stato, Scuola), tutte le altre restano sotto il 40%, con Parlamento al 15 e Partiti al 9%.

Sono il primo a mettere in guardia dal porre enfasi sui dati di sondaggio: le risposte degli intervistati non registrano adeguatamente lo stato dell’opinione pubblica, spesso registrano idee superficiali e passeggere, che dipendono molto dal clima del momento e spesso esprimono posizioni “accomodanti” o “conformiste” con ciò che l’intervistato ritiene essere la risposta “socialmente accettabile”, oppure rabbia. Nel caso della fiducia alle professioni della scienza va anche rilevato che l’intensità della fiducia in Europa è “alta” solo per il 25% circa del campione, mentre è “media” per il 60% circa. Ma pure dentro questi limiti, pare proprio che il mondo della scienza e della medicina goda di un grado di fiducia più che buono. Eppure, come rilevano gli studi di opinione pubblica, gli addetti ai lavori e i frequenti episodi di cronaca, da qualche tempo la fiducia verso l’universo della scienza poggia su gambe malcerte: crescono i casi di diffidenza, sospetti e scetticismo nei confronti delle raccomandazioni a tutela della salute promosse dagli esperti di settore. Davvero tra i cittadini è esplosa una sindrome antiscientifica? Davvero troppa gente è diventata oscurantista e irrazionale? Davvero siamo scivolati senza accorgercene nell’ignoranza o nel ”populismo scientifico”, come potrebbe dire qualche illuminato senza lume? Davvero non troviamo spiegazioni migliori? A proposito dell’epidemia da coronavirus una delle osservazioni più acute viene da un comico, da Carlo Verdone: «Strano che nel 2020 ci si trovi in situazione manzoniana». Strano? È questo che dobbiamo capire pensando ai tempi che verranno.

4 Replies to “La fiducia e la scienza. Il governo Conte 2 e le pressioni del virus Covid-19”

  1. Acute osservazioni. Condivido certamente, rilevando che la rivendicazione del primato della scienza (meglio dire degli scienziati, che si fanno latori di interpretazioni e soluzioni non sempre univoche) impone comunque cautela, quando cerca pretesti per universalizzarsi ed estendersi a ogni ambito e questione. Infatti, laddove prefiguri un assoggettamento a essa delle scelte politiche sempre e comunque, confondendo dimensioni tra esse eterogenee, sarebbe bene avere a mente che la scienza è per definizione oligarchica, non democratica: almeno, è democratica soltanto per i membri della res publica scientiarum. Membri peraltro certificati (da chi? secondo quali logiche? con quali criteri e garanzie di imparzialità?), ciascuno oltretutto con diritto di cittadinanza e di parola nel proprio specifico settore, in virtù di uno specialismo che non ammette trasversalità. E quanto espresso da detti “cittadini” non pesa nelle rispettive “cittadelle” in maniera egualitaria, sia perché l’ipse dixit non è stato mai di fatto abrogato, sia per questioni di cordate accademiche, sia perché, in sede comparativa, conta più la sede di esternazione (vedi le classificazioni per decreto ministeriale delle riviste) che il contenuto esternato. E’ vero che il pluralismo delle posizioni che assumono gli scienziati rivela l’antidogmatismo e la falsificabilità della scienza sperimentale moderna, tuttavia esistono pur sempre paradigmi ordinari
    e quindi dominanti (Kuhn) che possono essere messi in discussione soltanto con l’affermazione di paradigmi straordinari, quando non sia più possibile resistere negando le evidenze da questi ultimi addotte: donde le stesse “rivoluzioni scientifiche”, destinate a istituzionalizzare la straordinarietà nell’ordinarietà di una nuove “scienze normali”. Rispetto a ciò, il gran numero dei non competenti assume giustamente un ruolo di recettore passivo, omologando ai contenuti così comprovati il senso comune quotidiano. Ma se ciò finisse per costituire la cifra di una gerarchia universale di decisionalità, specialmente su questioni che attengono alla valorialità (che si presume antiscientifica) al fondo del vivere sociale, politico, economico, ecc., dovremmo rinunciare alla libertà stessa di pensare e di scegliere in quanto individui e cittadini. Banale osservazione la mia, giacché rinvia alla vetusta dialettica tra tecnocrazia e democrazia.

  2. Ritengo sia legittimo e giusto fidarsi della Scienza per quanto riguarda l’aspetto scientifico di un problema, non ne abbiamo una di perfetta né di migliore. Permangono però due problemi:
    1) A quale scienza affidarsi se i suoi vari esponenti sono in disaccordo fra di loro?
    2) Non esistono forse degli aspetti che fuoriescono dal campo della scienza esatta? Nel caso del Covid-19 sono stati presi in considerazione i possibili danni alla salute e quelli all’economia. Che dire, ad esempio, delle relazioni umane e della socialità? O delle reazioni di chi vive questa situazione rinchiuso in un carcere? Ovviamente i tempi per i decisori in questi casi sono molto stretti e non è sempre possibile prendere in considerazione tutti gli aspetti di un problema, né prevedere le varie ricadute che avranno le decisioni prese.
    Preoccupa però che ogni santissima volta i piani su cui ci si muove e le preoccupazioni che vengono ritenute legittime siano sempre e solo le stesse. C’è altro oltre a ciò che si può calcolare e c’è altro oltre a ciò su cui si può lucrare

  3. In questo momento veramente tragico tutte le nostre certezze stanno venendo meno.Con lentezza stiamo prendendo atto della situazione che certamente oltre alla nostra salute,per tanti purtroppo la vita,sta determinando un cambiamento che potrebbe essere epocale.Intanto un virus di cui ancora non abbiamo il vaccino,per contro decisioni politiche a volte criticabili ma indubbiamente dettate dall’esigenza di fare in fretta.Ecco allora che tutte le nostre problematiche sociali vengono a galla,dalle mancate riforme di cui si parla da decenni,al nostro sistema democratico.Tutti concordi che la sanità abbisognava di circa 50000 addetti ma tutti hanno fatto tagli in tal senso,correndo ora ad assumerne 20000,magari non tutti preparati ma tanta è la necessità.La dittatura cinese tanto criticata ma forte di un decisionismo che a noi fa rabbrividire, da più parti viene ora elogiata per il tempismo con cui hanno agito. Nel loro sistema politico il potere è decidere agendo ,facendo ubbidire,punto. Da noi è decidere,discutere,consultare,condividere per poi agire.Poi noi quando abbiamo preso consapevolezza ubbidiamo,altro modo di fare.Forse oggi abbiamo preso atto di tutto questo e agiamo di conseguenza.Mi chiedo però ora a quali cambiamenti sociali andremo incontro con l’economia che sicuramente sta collassando e cambierà il nostro sistema sociale.Quello che ieri era oggi non è più,e il domani cosa ci riserva? Solo il fatto di rimanere in casa già cambia i nostri rapporti sociali,pur avendo internet siamo obbligati al ritorno a un dialogo che si stava perdendo,un ritorno alla comunità di un tempo tanto sviscerata da Tonnies. Rimane internet ma i rapporti sociali tornano in auge mettendo anche mano a qualche buon libro. Siamo una società di produttori consumatori dove diamo tutto per scontato e i nostri bisogni subito soddisfatti.Supermercati pieni,negozi di nicchia per ricchi ,di tutto e di più, ma saremo ancora in grado di produrre allo stesso modo? Possiamo andare tutti al lavoro evitando questa.. peste…e quindi produrre per consumare,o saremo limitati e quindi avremo delle limitazioni in tal senso? Auguriamoci che almeno sanitariamente la situazione migliori,poi vedremo ciò che accade,step by step. Noi siamo la società dell’apparire,il professor Sgarbi, di indubbia cultura ma che associa il suo sapere all’apparire in questi giorni attacca la scienza mettendo in dubbio il loro sapere,ma non perchè sia ignorante e non sappia.ma semplicemente perchè ora viene surclassato dagli uomini di medicina,e la sua cultura momentaneamente non trova spazio,appare di meno.già questo è un cambiamento che disturba i fruitori dell’apparire. Personalmente il mio mantra è…l’apparire non è l’essenza dell’essere…

  4. Importante è rispettare la libertà di pensiero e di parola , senza demonizzare posizioni minoritariie.. Ciao

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