Dopo il Giorno della memoria. Quali lezioni per la democrazia di oggi?

(Uscito, in versione più breve, su “l’Adige”, 5 febbraio 2020 – Pubblicato su questo sito il 9 febbraio 2019)

Dopo il Giorno della memoria, arrivano i giorni successivi. C’è altro da dire sull’Olocausto, orrore dell’epoca contemporanea? Sì.

I riti pubblici della memoria, specie quelli ufficiali e istituzionali, quelli integrati nel canone del calendario della memoria, sono momenti commemorativi di eventi (o personalità) che una comunità politica identifica come simboli della sua storia, dei suoi valori e della sua identità collettiva. Il simbolo attivato dalla memoria pubblica è strumento di comunicazione con cui una comunità politica esprime “chi è” e “chi vuole essere”. I riti collettivi si muovono sulle corde del pathos e della retorica, ora genuine ora di maniera. Ma per una democrazia sono anche occasione per riflettere criticamente su se stessa, sul suo presente e futuro, oltre che sul suo passato. Archiviati pathos e retorica celebrativi, la riflessione critica può essere più agevole, e favorire una più lunga durata del Giorno della memoria dell’Olocausto. Alcuni spunti possono essere utili allo scopo.

PRIMO SPUNTO

Nell’idea corrente di memoria collettiva sono diffusi due equivoci da fugare. a) La memoria di una società non è il passato “oggettivo”, imbalsamato nel presente: è il passato che “vive” nel presente. Come diceva sant’Agostino, la memoria è “il presente del passato”. Il passato, cioè, viene definito e comunicato tra i contemporanei, dentro quelli che Maurice Halbwachs chiama i “quadri sociali” del presente. La memoria collettiva è una costruzione sociale che risente del clima culturale e politico del presente, che coinvolge gente comune, esperti di storia, operatori della scuola e dell’informazione, del mondo dell’arte e dello spettacolo ecc.; seleziona e dà senso a “materiali del passato” (esperienze, eventi, persone) secondo criteri di rilevanza, sentimenti e interessi del presente, impastandoli con il ricordo, la rimozione e l’oblio. b) La memoria di una società non è solo quella ufficiale, canonizzata nei calendari laici e istituzionale, ma pure quella intessuta da una pluralità di memorie, convergenti e divergenti o antagoniste, memorie legate a differenti gruppi sociali, generazioni e culture politiche, ai diversi contesti territoriali e vissuti. La memoria di una società è una polifonia di voci. Una polifonia che opera lungo tre principali assi: 1) l’asse della storia, che offre alla comunità il senso della sua storia, e contribuisce a formare il “chi siamo”, l’identità della comunità, il “chi vogliamo essere”; 2) l’asse dei principi e dei valori, poiché la memoria collettiva possiede un importante carattere “normativo” che mette al centro il “dover essere”, dove sono in gioco la definizione e la selezione delle “cose che contano” in e per una società: è quanto avviene quando con i riti della memoria si richiamano, ad esempio, dignità, fratellanza, appartenenza, coesione e solidarietà, eguaglianza e libertà e giustizia; 3) l’asse della politica, dove trova spazio il pluralismo (di idee, storie, valori, sensibilità), la varietà dei gruppi e delle culture politiche che convivono insieme; la memoria della società è per sua natura aperta e inclusiva, comprende anche alla memoria di chi stava “dall’altra parte”. A questo riguardo in occasione del Giorno della memoria il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha asserito che «Tra il carnefice e la vittima non ci può essere mai una memoria condivisa». Capisco. Ma non ne sono del tutto convinto. Cerchiami d’intenderci: non può esserci una “memoria comune”, ma può esserci (e andrebbe ricercato) l’orizzonte ideale di una memoria con-divisa”, che ispiri senso di colpa al carnefice e perdono alla vittima. Questa “apertura inclusiva” è idealmente costitutiva della democrazia, ma è anche problematica, foriera di conflitti e di fisiologici usi politici della storia, di guerre culturali e guerre della memoria. Qui un vero e proprio paradosso per la democrazia, con dobbiamo continuamente fare i conti e imparare a convivere: la democrazia è tale se resta aperta e per questo è però sempre esposta a rischi.

SECONDO SPUNTO

Il Giorno della memoria dell’Olocausto ci pone sempre la stessa domanda di fondo: come è stato possibile? Quali le lezioni? La risposta che lascia sgomenti, prima ancora che nell’”unicità” distruttiva, genocida, dell’Olocausto, va cercata altrove: in luoghi più sottili che spesso sfuggono alla nostra attenzione. La storia, come sappiamo, non lesina altri esempi, quanto si voglia controversi, di atroci distruzioni di massa, su base etnica, religiosa o “di classe”: dal genocidio degli indios d’America alla tratta dei negri d’Africa, dai “morti del comunismo”, Stalin e i kulaki, massacro di Katyn, Hiroshima e Nagasaki, alle innumerevoli “pulizie etniche”, agli Hutu e Tootsi, alle innumerabili “pulizie collettive” sparse in ogni epoca e su tutti i continenti. L’emblematicità dell’Olocausto sta nel fatto che ha rappresentato “l’altra faccia della razionalità”: un annientamento di massa in simbiosi con la civiltà della massima razionalità: «pensato e messo in atto nell’ambito della nostra società razionale moderna» (Bauman, Modernity and the Holocaust), ), in un mondo alimentato dalla mentalità della razionalità, da un mito dell’efficienza e dei calcoli costi-benefici che oscura il senso morale. L’Olocausto appartiene alla nostra civiltà. È un dramma che non riguarda solo e tanto gli Ebrei o la Germania: riguarda tutti noi, proprio perché siamo figli della civiltà occidentale. Tutto ciò cela quell’inquietante “dialettica dell’illuminismo” di un libro di Horkheimer e Adorno che andrebbe riaperto. È anche per questo che di fronte alla Shoa l’indifferenza e il silenzio restano banditi.

TERZO SPUNTO

La violenza distruttiva e sistematica dell’Olocausto è stata causata, voluta e gestita da una grande “concentrazione del potere”, amministrativo, legale, coercitivo e cultural-ideologico: un potere non esattamente totalitario, come ha messo in evidenza in tempo reale il politologo tedesco Franz Neumann, bensì costituito da un blocco di potere policentrico ma senza alternative. Il “potere concentrato” possiede sempre potenziali distruttivi: perciò è dovere etico-politico preservare contrappesi politici e culturali, e non solo istituzionali. Da qui un’altra lezione da conservare nella memoria democratica: l’importanza di controllare, nella libertà, le minacce distruttive insite nel potere concentrato. La memoria dell’Olocausto dovrebbe ricordarci che i nostri atteggiamenti politici e culturali non devono compromettere la democrazia politica. Il pluralismo e la varietà delle culture politiche mal si accordano con il restringimento del campo del “democraticamente corretto”. Gestire una società resa più omogenea da pulizie etniche o culturali è più facile, può aumentare l’efficacia del funzionamento della vita collettiva. Ora, i nostri “tempi difficili” non ci riportano ai tristi anni ’20 e ’30 di un secolo fa, ma obbligano a uno sguardo largo e lungo, che metta in guardia dal semplificare troppo le cose e strumentalizzare le alternative sgradite: ciò, infatti, produce “effetti sistemici” insidiosi e sfigura il senso morale della democrazia. Sappiamo la strumentalizzazione è connaturata alla politica: tutto può diventare un mezzo di lotta politica per arrivare ai fini perseguiti.  Anche il passato e la memoria, come ben sanno gli storici, possono essere usati, spregiudicatamente o in buona fede, come mezzo di lotta politica: lo si fa, ad esempio, quando con disinvoltura si equiparano scelte, idee e comportamenti dell’avversario del momento a posizioni o condotte condannate dalla storia.  La democrazia ha bisogno di confronto e lotta tra posizioni diverse e tra loro alternative, perché il pluralismo delle alternative è l’unico vero anticorpo contro la “concentrazione” politica e ideologica del potere.   Ciò significa, prima di tutto per chi ha a cuore i valori della democrazia, non rinunciare all’”arte del distinguere”. Olocausto, antisemitismo, razzismo, nazismo, fascismo, comunismo sono cose troppo serie per essere ridotte a reti acchiappa-voti del momento contro un avversario con cui magari poi si fanno maggioranze parlamentari o riforme costituzionali.  Ad esempio, va ripetuto senza posa, xenofobia, anche se non piace, non è razzismo, né fascismo o nazismo; il disagio verso gli immigrati o volere una regolazione dei flussi e un’accoglienza sostenibile, piacciano o meno, non sono (necessariamente) razzismo; astenersi in Parlamento, come hanno recentemente fatto alcune forze politiche in occasione del voto per la creazione di una “commissione contro l’odio” (quella presieduta da Liliana Segre), può benissimo non piacere, ma di per sé non significa essere antisemiti o fascisti (come hanno tuonato in molti), ma magari dissentire su contenuti e compiti di una commissione voluta da una maggioranza parlamentare, non da Dio o non so chi. Questo lavoro di distinzione politica e di pulizia del linguaggio spetta anzitutto a chi lavora nel campo della cultura: a università e a giornali.

QUARTO SPUNTO

La memoria dell’Olocausto è anche “memoria del male”, di quel male che è parte della vita degli umani e che è pervade pure la società della razionalità e del progresso. Un male rimosso dalla modernità illuminista. L’esperienza storica dell’Olocausto ha messo però in ginocchio le più consolidate visioni della storia e della politica: quella liberale, che da sempre vede nella storia la vittoria della ragione sulla superstizione, della razionalità scientifica e della competenza tecnica sull’ignoranza; quella marxista, che ha visto il trionfo dell’armonia tra gli uomini nel socialismo come abolizione delle differenze economiche e del conflitto di classe; quella cattolica e cristiana, che vede nella fede in Dio che si fa uomo la redenzione e la strada verso la fratellanza umana, ma che di fronte ad Auschwitz ha portato Benedetto XVI alla domanda cristianamente scandalosa “Ma dove eri, Dio?”. Il male cammina a fianco all’uomo. Spesso ha sembianze pulite e perbene, insospettabili, non diaboliche. Lo storico Raul Hilberg ha scritto: «Va tenuto presente che la maggior parte dei partecipanti (al genocidio) non arrivò a sparare sui bambini ebrei né a introdurre gas nelle apposite camere». I più erano dei burocrati, ciascuno «stilava promemoria, preparava progetti, parlava al telefono e partecipava a conferenze. Erano in grado di distruggere un intero popolo stando seduti alla propria scrivania».

EPILOGO

Chissà perché, ma dopo aver riletto questi spunti di riflessione mi sono tornate agli occhi alcune scene di film hollywoodiani sulla crisi del “mondo delle Lehaman Brothers”. Una “banalità del male” molto più glamour e seducente di quella su cui ci ha interrogato Hannah Arendt. Senza scioccanti olocausti (almeno nel nostro cortile di casa). In effetti, oggi è tutto più… tutto più… Come dire?

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