Migranti, naufragio della coscienza europea

(Uscito su “l’Adige”, 2 agosto 2019 – Pubblicato su questo sito il 3 agosto 2019)

Abbiamo politici pronti a salire su una nave attraccata per verificare e denunciare l’eventuale cattivo stato di migranti recuperati nel Mediterraneo da una nave ONG: è accaduto poche settimane fa. Ma non abbiamo politici che si mobilitano per chiedere conto di migranti dispersi a largo delle coste libiche, pochi giorni fa. Questo il doppio fotogramma che sembra suggerire cosa politicamente rende e cosa no: tifare per la “disobbediente umanitaria” Rackete, capitana della Sea Watch 3, funziona; preoccuparsi e interrogarsi sulle decine di dispersi dai barconi affondati al largo di Al Khoms (Libia), no. I media hanno giganteggiato a lungo notizie e commenti su dove, come e quando dare sbarco a migranti messi in salvo e assistiti su una nave, ma hanno tenuto ai margini dell’attenzione pubblica decine di migranti morti e dispersi, e voltato pagina dopo una manciata di ore. I drammi migratori cambiano di significato e di rilievo a seconda se possono servire o meno a qualcuno. Non è bello a dirsi, ma è sempre meglio che negarlo o risentirsi nel sentirselo ricordare.  L’indignazione provocata dal dramma migratorio desta la coscienza e assume rilievo politico e mediatico se può servire, per esempio, a dare addosso a un ministro che “chiude” i porti, ma desta meno le coscienze e trova meno eco mediatica e politica se invece deve indurre ad allargare lo sguardo sulla tragica vastità del fenomeno migratorio dei nostri giorni. Mostrare l’anima bella di fronte a un ministro cattivone è molto più facile che prendere parola contro una società e una politica, quelle occidentali, che hanno prodotto quel mondo di povertà morale e di degrado materiale su cui insieme ai migranti galleggiamo anche noi, che pure siamo al riparo dalle intemperie dei mari e dalla miseria sociale. Accanto ai naufragi dei migranti, nel Mediterraneo stiamo assistendo anche al naufragio della cultura europea? Porsi questa domanda non è retorico. Significa essere seri e guardare il problema-migranti più a fondo, senza accontentarsi di esprimere dolore umanitario, magari sotto dettatura dei mass media che contano per influenza o sotto dettatura della politica che conta i voti che può guadagnare.

Il tema non è facile: è pieno di trappole e cortocircuiti, scappa via da destra e da sinistra. Quella migratoria è una sfida epocale che è una cartina di tornasole della coscienza europea, non solo italiana. Una coscienza che si rivela superficiale e ipocrita quando salta sul cavallo della disobbedienza civile pro-umanitaria (come nel caso della Sea Watch 3) e poche settimane dopo mette la sordina alla vicenda degli annegati nelle coste della Libia, concentrandosi solo sull’attracco-sbarco o meno dei migranti che sono stati raccolti da una nave della Guardia di Finanza italiana, disinteressandosi di tutto il resto, prima di tutto delle tante persone non recuperate dal naufragio.

Se proprio vogliamo parlare di “cultura della disobbedienza civile”, di non rispetto delle “leggi di uno Stato” a fini umanitari, la realtà della vicenda Sea Watch, diventata eroicamente emblematica per una certa politica, resta ben lontana dalla purezza ideale che qualcuno ha voluto richiamare. La capitana Rackete forse rappresenta una novella Antigone; il ministro Salvini forse un novello Creonte. Ma a identificare sbrigativamente in questo modo “i due capitani” si finisce per scambiare lucciole per lanterne. Non si capisce che l’Antigone di Sofocle è una tragedia, una tragedia non per modo di dire. La tragedia di Antigone è quella di una situazione dilemmatica, dove si ha consapevolezza che ad avere voce sono molte e contrastanti verità, dove queste verità esprimono la lacerazione esistenziale e il dolore morale di una comunità che “si prende sul serio” quando, disgraziatamente, si trova a fare i conti con conflitti tra fini e tra valori “ultimi”, dove nessuna scelta è “giusta e punto” o senza conseguenze costose. Antigone non è la tragedia superficiale delle parole in libertà o delle narrazioni patinate delle televisioni, che tendono a vedere solo “una parte” del problema e non il “tutto”, mentre è proprio nel “tutto”, nei diversi lati del problema, che sta il problema e la tragicità di certe scelte.

A sentire i vari media, sembrano tanti, e molto “vocali”, i difensori della Sea Watch che con la sua eroina e i suoi disgraziati migranti ha sfidato apertamente il divieto del governo italiano (legittimato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e condiviso dal governo olandese). Sono esponenti della “riva progressista”, cattolica o di sinistra, oggi più che mai di variegata e annebbiata identità: intellettuali, giornalisti, persino parlamentari, attivisti politici e militanti di associazioni, personalità del mondo dello spettacolo o sensibili cantautori come Vecchioni. Con loro ci sono anche cittadini comuni, che in qualche caso hanno manifestato nelle piazze il loro sostegno alla capitana e ai suoi migranti, ma più spesso e più comodamente lo hanno fatto sui social networks.

Questo soprassalto di coscienza morale è solo l’ultimo di una serie. Spesso esprime i nervi ipersensibili (o scoperti) della nostra civiltà, occidentale, di fronte alle scene dei migranti: un soprassalto di coscienza e di ragioni umanitarie, di difesa dei diritti umani, spesso intriso di ingenua o generosa buona fede, talora di ipocrisie morali e culturali nascoste o irriconoscibili a noi stessi. Al fondo di tutto ciò c’è un “senso di colpa”, che ha spessore storico e che punta il dito, in modo ambiguo o solo in superficie, sulla condizione di benessere di un angolo del mondo, di chi ha una poltrona, una sedia o uno sgabello alla tavola imbandita dalle società sviluppate, di chi raramente è disposto a rinunciare davvero a qualcosa della sua condizione per farla arrivare a quelli rimasti in piedi o, peggio, esclusi dalla tavola. E’ giusto che una cultura esprima le sue pulsioni, i suoi umori e, quando capita, il suo senso morale. Non intendo qui discutere di questo. E men che meno voglio aprire il vaso di Pandora intitolato “immigrazione, migranti, profughi”, titolo che assembla sì fenomeni eterogenei, ma che dà a tutti l’idea di cosa bolle e ribolle in quel pentolone che è diventata la sfera pubblica. Dico solo che il fenomeno migratorio coinvolge tante figure, anche sinistre, ma pure masse di persone che, in un modo o l’altro, per un motivo o l’altro, sono vittime, ora più ora meno innocenti, della nostra società, ma anche della loro società e persino di se stessi. Queste masse sono uno specchio dell’altra faccia delle nostre società, della miseria umana e dell’indecenza morale che sfida le coscienze. Ma che sfida, dobbiamo capire pure questo, anche l’equilibrio sociale sempre più difficile delle società in cui viviamo. È una storia molto, molto vecchia. E le stelle stanno a guardare.

One Reply to “Migranti, naufragio della coscienza europea”

  1. Sono stato in Africa circa 7 anni per lavoro,qualcosa conosco di quella realtà.Somalia,Egitto Djibouti,Etiopia,tutti paesi dove il ..socialismo militare,dittature socialdemocratiche… sono il padrone della vita di tutto e di tutti.la cosiddetta democrazia non esiste,esiste il tribalismo con i loro atavici,culturali,tradizionali accordi.Gli occidentali partecipano a questa realtà.Mandano aiuti sottoforma di cooperazione ma continuano a esercitare i loro interessi,è il post- colonialismo ammantato di democrazia. Gheddafi,.. che non era santo… teneva insieme 138 tribù e oggi tutti vorrebbero tornare a quello stato,cosi come in Iraq.Chi può in qualche modo emigra da realtà insostenibili,miraggio è l’occidente per una vita migliore..per noi..ma tanto diversa dalla loro cultura. Il cambiamento epocale a cui stiamo assistendo mette in risalto tutte le nostre ipocrisie,da quelle politiche a quelle religiose,la nostra capacità di reazione è ai minimi termini,ormai ci siamo assuefatti alla morte quotidiana di questi poveri migranti pensando di perdere il nostro benessere,ci fanno credere che siamo in crisi per manipolarci,ma non sono queste le miserie.Auguro a tutti di fare un viaggio nel cosiddetto.. terzo mondo…per capire,vedere,toccare con mano la situazione reale .Non nei villaggi turistici con tutti i nostri confort,ma una full immersion quantomeno per capire.Con tutte le variabili su questo tema ci sarebbe un libro da scrivere…io non ne sono capace…Mi auguro che tante voci contro facciano un coro solidale in favore di queste tribulazioni.

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