Europa dopo il voto: partita ancora aperta

(Uscito in forma leggermente diversa su “l’Adige”, 5 giugno 2019 – Pubblicato su questo sito il 6 giugno 2019)

Scampato pericolo: l’Europa resta europeista. Ma nel giro di pochi giorni il tema dell’Europa è scomparso dalle prime pagine della grande stampa, non solo in Italia. Si ritorna alle questioni politiche “nazionali” ovvero il voto europeo viene letto in chiave nazionale e l’Europa si eclissa: di “quale Europa” siamo alla ricerca e dei valori europei tanto agitati in campagna elettorale si perdono le tracce. I cittadini hanno votato, l’attacco è stato respinto, la partita è finita. Sarà. Ma i risultati delle elezioni dicono che la politica in Europa è una partita tutt’altro che chiusa. Per questo è utile approfondire la scena politica delineata dal voto europeo.

Anzitutto è bene inquadrare il dato dell’affluenza alle urne, passando dall’aritmetica alla politica. L’affluenza è senza dubbio aumentata rispetto alle precedenti elezioni: 51% contro il 43% del 2014, una soglia che non si raggiungeva dal 1999. Ma questo dato, pur positivo per la legittimità democratica del Parlamento Ue, richiede di essere ben ponderato. In primo luogo, guardato in prospettiva storica, tale aumento di partecipazione elettorale si inscrive in una tendenza, progressiva e sistematica, calante dalle prime elezioni europee (1979) in poi, ma non può dire altro: non possiamo sapere se esprime una semplice eccezione rispetto a una tendenza storica, un risultato del tutto contingente, o se ci troviamo di fronte all’aprirsi di un inedito ciclo di mobilitazione politica ed elettorale sull’Europa, in controtendenza rispetto al passato. In secondo luogo, questo aumento della partecipazione al voto va considerato nel suo contesto politico. La campagna elettorale ha visto grandi forze mediatiche e culturali, oltre che politiche, impegnate come forse mai in passato a spingere gli elettori al voto, a spiegare alla pubblica opinione che la posta in gioco era la sopravvivenza dell’Europa, di un patrimonio valoriale e di civiltà irrinunciabile: ebbene, in un contesto del genere e con una posta tanto alta, solo un elettore su due ha risposto alla chiamata e, per di più, una buona fetta dei votanti ha preferito partiti che la retorica corrente addita come euroscettici, nemici e affondatori dell’Europa (”populisti e “sovranisti”); sicché, facendo due conti, a difendere col voto l’“Europa sotto attacco” è rimasto solo un terzo dell’elettorato europeo effettivo (ossia i 2/3 di quel 50% che ha votato). Insomma, non proprio quel grande successo a favore dell’Europa festeggiato dagli europeisti convenzionali o tradizionali.

È eccessivo il trionfalismo “europeistico” di molti sul voto europeo, ma anche il “tirare un sospiro di sollievo” per aver scampato un pericolo mai davvero in essere, che né gli osservatori impegnati a capire il rifacimento della politica di questi anni anziché a “tifare”, né i sondaggi degli scorsi mesi, hanno mai diagnosticato. L’enfasi sul pericolo che i populismi e i sovranismi ribaltassero gli equilibri politici all’interno delle istituzioni europee, al punto di porre fine all’integrazione europea, è stata un’insistita retorica contro una minaccia inesistente, per fare da scudo contro “i barbari e le barbarie dei nazionalismi”. Se il voto europeo è stato un momento epocale, una sfida ove erano in gioco le sorti dell’Europa e la sopravvivenza dell’Unione Europea, ove all’antieuropeismo dei populisti si è contrapposto l’”europeismo dei buoni”, allora ha ragione chi dice: «I populisti non hanno vinto, hanno vinto le forze pro-Europa e pro-Ue di tutto lo spettro politico», come ha sintetizzato il portavoce della Commissione Europea subito dopo i risultati. Ma non è esattamente così. Questo modo di ritrarre vittorie e sconfitte in Europa rischia di essere un trompe-l’œil, di ingannare la vista.

Nel Parlamento Europeo la maggioranza resta in mano ai partiti europeisti convenzionali e tradizionali. Ma le due grandi forze che finora hanno guidato l’Ue (Popolari e Socialisti Democratici), e che dal dopoguerra rappresentano le due principali famiglie ideologiche del continente, escono ridimensionate dal voto. I Popolari perdono 42 seggi rispetto al 2014 (passando da 221 a 179), i Socialisti Democratici ne perdono 62 (da 191 a 153). Da soli non hanno più la maggioranza, ma la guadagneranno rendendo ufficiale quell’alleanza che già di fatto li lega ai Liberali (ALDE), la terza forza politica dell’europeismo convenzionale tradizionale, che guadagna 38 seggi, passando da 67 a 105 grazie al confluirvi di En Marche! di Macron. Già questi sono risultati che dovrebbero indurre a osservare e valutare con attenzione il processo di rifacimento della politica oggi in corso. A riguardo, un punto chiave è il fatto che i partiti della politica pro-sistema, quelli dell’europeismo convenzionale tradizionale, devono mettersi tutti insieme per avere una maggioranza, come spesso sta accadendo anche nelle democrazie nazionali: centro, destra e sinistra tutti insieme contro le forze che si collocano fuori da questo perimetro politico. La conseguenza di questo rifacimento della politica è che la divisione tra destra e sinistra non è più in grado di produrre maggioranze alternative e costituite, rispettivamente, da forze o di centro-destra o di centro-sinistra. Così, la possibilità di ricambio alla guida dei governi e del formarsi di maggioranze tra loro alternative (cruciale in democrazia) oggi rimanda sempre meno alla dialettica tra centro-destra e centro-sinistra e sempre più alla contrapposizione tra politica pro-sistema (di centro-destra e di centro-sinistra) e politica anti-sistema (cosiddetta populista, sovranista, euroscettica, nazionaliste).

Le forze anti-sistema, da parte loro, sono molto diverse, talora incompatibili per ideologie o per programmi, ma sono in qualche modo e misura accomunate dal porsi come alternative a tutto lo spettro politico di “destra-centro-sinistra” convenzionale e tradizionale. Sono forze “anti-sistema”, per dirla in breve, perché rifiutano l’insieme della politica pro-sistema ispirata dall’ideologia neoliberale, ovvero perché rifiutano aspetti cruciali del modo in cui le forze pro-sistema hanno definito, orientato e gestito, a livello europeo e nazionale, le cose che contano: nella sfera dell’economia e delle finanze pubbliche (austerità, vincoli di bilancio, privatizzazioni); in quella dell’immigrazione (trattato di Dublino); in quella dell’ambiente (la ricaduta ecologica del modello di sviluppo capitalistico); in quella della democrazia (scollamento tra cittadini e istituzioni, tra popolo ed élites, deficit democratico e di sussidiarietà). Ma se per le élites tradizionali che orbitano su Bruxelles, anche se operano a Madrid o Amsterdam, a Parigi o Roma, il rigore economico-finanziario continuerà a essere un miope rigorismo dei conti, se la generosità umanitaria dell’Europa sugli immigrati continuerà a nascondere un miope “gli immigrati vanno accolti, e ciascuno si arrangi con i suoi”, la partita politica sull’Europa continuerà a essere tutt’altro che chiusa. E la politica anti-sistema crescerà ancora.

One Reply to “Europa dopo il voto: partita ancora aperta”

  1. ..è vero,le forze tradizionali rappresentate dai popolari e i socialisti non hanno vinto,diciamo che hanno tenuto,mentre sovranisti e populisti pur non vincendo hanno dato un segno.D’altro canto siamo in un periodo di transizione a livello mondiale nelle varie forme.Immigrazione di milioni di persone,vuoi per ragioni economiche che per ragioni contingenti quali le varie guerre in atto, la fine della globalizzazione,l’assetto economico mondiale con Cina e Stati Unti in contrapposizione.L’Europa manca!!!Non ha il coraggio di mettere in atto i cambiamenti necessari ai nuovi contesti,i nuovi bisogni.Forse la pace da sola non basta più,serve una politica estera condivisa,una fiscalità unica,un unica forza militare.Sicuramente facile a dirsi ma difficile da mettere in atto quando le varie ..nazioni..hanno una serie di problematiche interne da risolvere e che spesso contraddicono il concetto di unità europea.Ma d’altronde se vogliamo crescere per competere a livello mondiale penso non ci sia altra via, o meglio,in questo contesto neoliberale non abbiamo altre chance…

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