Democrazia e fascismo oggi

(Uscito su “l’Adige”, 15 maggio 2019; “Alto Adige”, 15 maggio 2019   –  Pubblicato su questo sito il 17 maggio 2019)

Dopo polemiche e muri alzati da esponenti della cultura antifascista, il Salone del Libro di Torino, su richiesta dei suoi soci fondatori (Comune e Regione), ha revocato alla casa editrice Altaforte lo stand espositivo. Giorni prima, Comune e Regione avevano denunciato alla procura l’editore per apologia di fascismo. Nulla da obiettare sulla denuncia: 1) chiunque ha facoltà di esporre denuncia se ritiene ci sia motivo; 2) Costituzione, leggi dello Stato e codice penale prevedono reati ascrivibili all’apologia di fascismo. L’iter giudiziario avrà il suo corso e la sua sentenza: siamo sul piano della legalità. Restano però aperti i problemi politici e culturali. L’espulsione di un editore da una manifestazione dedicata ai libri non scioglie i nodi, obbliga a riflettere sulla nostra cultura democratica.

Perché i responsabili del Salone avevano accettato la casa editrice? Avevano la libertà di accogliere o respingere chiunque, magari non a casaccio, ma vagliandone il profilo. I responsabili del Salone sono stati superficiali quando hanno detto sì ad Altaforte? Non sapevano chi fosse? Non si sono assincerati della sua identità politico-culturale, poi riconosciuta come fascista? Bastava fare un giro sul suo sito e appurarne l’orientamento non proprio antifascista e nemmeno a-fascista: non c’era bisogno di leggerne tutti i libri, come non l’ha fatto chi ha protestato contro la sua presenza al Salone, o gli organizzatori che, alla fine, l’hanno escluso. Per anni ho frequentato il Salone torinese: ho sempre visto piccoli editori in forte odore di fascismo o correntemente rubricabili come fascisti, ed altri di matrice comunista o anarco-insurrezionalista; nessuno aveva da ridire, nessuna polemica sui giornali né proteste in nome dell’antifascismo. Quest’anno, invece, fulmini e saette: “democrazia e valori dell’antifascismo sotto attacco”, è l’affondo. All’osservatore non sfugge che tali reazioni e il respingimento del piccolo “editore fascista” coincidono con il fatto che la Lega di Salvini è al governo: le sue misure e propaganda, il suo successo popolare, paiono inaccettabili a molti, sebbene godano del consenso di altri e più numerosi cittadini. Caso vuole che Altaforte sia anche l’editore di un libro-intervista proprio del vice-premier. Se non si tratta di coincidenze, brutti tempi sono quelli in cui la lotta a favore della libertà arriva a limitare la libertà delle idee e di espressione, a irrompere in modo tortuoso in un Salone che mette in mostra dei libri.

All’Università, nei corsi di scienza politica, ai miei studenti insegno teorie e strumenti di analisi della democrazia, della cultura politica. Spiego loro che la democrazia è un sistema politico difficile, pieno di contraddizioni e delicato, “costoso” e intrinsecamente a rischio. Spiego che una democrazia funziona bene e dura nel tempo quando abbina un “metodo” e un “credo” democratici: quando ci sono regole condivise per l’espressione delle preferenze dei cittadini (il metodo) e convinzione da parte dei cittadini della bontà dei valori di libertà, giustizia, eguaglianza, pluralismo delle idee e tolleranza di quelle altrui (il credo). In questa simbiosi virtuosa tra metodo e credo democratici un ruolo cruciale spetta alla capacità delle istituzioni di rispondere alle preferenze e alle idee dei cittadini. Forte anche della lezione di Dahl, politologo liberaldemocratico, a vantaggio dei miei studenti aggiungo che condizione necessaria per perseguire questa “missione democratica” è che tutti i cittadini, quali che siano le loro idee, godano di “pari opportunità” su tre fronti: 1) nella possibilità di formulare le loro idee e forgiare le loro opinioni; 2) nel disporre di canali di comunicazione, associativi e individuali, per fare circolare le idee nella società e per farle arrivare alle istituzioni; 3) quanto al fatto che le idee di ciascuno abbiano lo “stesso peso” nell’arena democratica e decisionale. Insomma, una democrazia non può prescindere da libertà di pensiero, parola e associazione, da una pluralità di “fonti” informative, culturali e di opinione tra loro “alternative”. Queste libertà e questa pluralità di alternative riguardano anche produzione, circolazione e visibilità dei libri.

I libri, e le loro idee, non sono sempre portatori di conoscenza, di valori virtuosi e di libertà. Libri cattivi e insipienti circolano in abbondanza, in piena libertà. Fanno anche del male alla qualità del vivere civile e ben informato: abbrutiscono o riducono in poltiglie placebo i saperi, diffondono dogmatismo di un tipo o l’altro, scoraggiano quell’arte del dubbio che è principio di conoscenza e senso civico. D’istinto, mi verrebbe da dire: sono troppi i libri cattivi o nocivi, un bel po’ meriterebbero di restare nell’oscurità se non di essere bruciati. Ma subito dopo penso alla democrazia che insegno ai miei studenti. E al poeta Heine che ammoniva: «Dove arde il libro, in fin si abbrucia l’uomo». Portato all’oggi: dove i libri sono messi a tacere o nascosti, a tacere o essere nascosti sono gli uomini e i nostri problemi. Non va bene. È persino controproducente. Non sono convinto che la libertà di espressione non debba avere limiti. Come tutte le libertà, anche questa non può non averne. Ma i limiti sono solo l’extrema ratio di fronte a situazioni eccezionali, di minaccia palese alla libertà e alla democrazia. Altrimenti, a forza di buttar via l’acqua che sporca il bambino (idee e libri cattivi), finisce che prima o poi ci sfugge via anche il bambino (la libertà).

Discriminare o tacitare le voci del dissenso, anche antidemocratico, odioso o stupido, è un tradimento di quei valori democratici per raggiungere i quali sono state fatte molte lotte. Lotte a cui si iscrivono quelle dell’antifascismo. La cultura democratica è fragile se la libertà non è saldamente iscritta nel suo codice genetico. È di pochi giorni fa il monito del presidente Mattarella: quando si limitano le libertà nel nome della “sicurezza” si è su una brutta strada. Pure se si invoca la “sicurezza” dei valori antifascisti, aggiungo. Un antifascismo democratico che si riconosce nel cammino della libertà, con consapevolezza e per buone ragioni, deve accettare di correre anche i rischi intrinseci alla libertà. Se cerchiamo “sicurezze senza rischi” per il cammino democratico, si aprono sentieri che allontanano dalla democrazia, già da tempo ammalata.

“Conoscere per deliberare”, diceva Luigi Einaudi. Lo stesso, oggi, ripetono ossessivamente i microfoni di Radio Radicale, sotto la spada di Damocle del dimezzamento del finanziamento pubblico. Da frequentatore del Salone di Torino, l’interesse principale del mio girovagar tra stand non è per i grandi e noti nomi dell’editoria, ma per quelli piccoli e piccolissimi, tra questi quelli ideologicamente marginali, nascosti o estremisti, di solito fuori dai grossi circuiti di comunicazione e distribuzione. Per chi si occupa di democrazia e cultura politica è importante avere conoscenza di come le subculture ideologiche o territoriali di un Paese si raccontano, si spiegano, si rappresentano pubblicamente. Non vorrei che simili voci, che esistono, fossero occultate. Non solo agli occhi dello studioso, che dispone di mezzi e canali necessari a rintracciarli, ma a quelli dei curiosi, dei cittadini per i quali è sempre un bene “conoscere per valutare”. Senza paura.

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