Regno del Covid, paradossi della paura


Viviamo sotto il regno del Covid. Un virus è diventato il sinistro fantasma che, leggero, volteggia nell’aria e, invisibile, accompagna la vita quotidiana. Ha sfigurato le nostre abitudini. Con le sue scorribande ha rimescolato i nostri interessi e le percezioni del mondo, il senso delle cose che facciamo noi e di quelle che fanno gli altri, le priorità e i valori un po’ di tutti. Ormai da oltre un anno. Il virus è il convitato di pietra del discorso pubblico, sui media vecchi e nuovi, e pure nelle piazze nonostante tutto. Sotto il suo regno scopriamo che chi fino a ieri era liberale, libertario e garantista ora abbraccia con disinvoltura securitarismo, autoritarismo, giustizialismo e “pieni poteri” al governo. E viceversa. Con le sue scorribande, il virus infetta corpi, semina morti, minaccia la salute. Lo spettro di un’estensione incontrollabile del contagio detta la sua legge in economia, nel lavoro e nella scuola; restringe le libertà di spostarsi, divertirsi o frequentare i propri cari; limita e stravolge i diritti delle persone o dei lavoratori; ha profondamente compromesso la vita democratica convenzionale, riducendola a “governo dell’emergenza”, a “stato di emergenza permanente” che sconfina nello “stato di eccezione”.

Il regno del Covid governa sulla base delle “ragioni della paura” della morte. Paura primordiale, paura dell’ignoto per eccellenza. Il tema, però, è il grande rimosso dal discorso pubblico, dei media, di virologi e medici, di sociologi e politologi. È così dai tempi del trionfo della “razionalizzazione del mondo” e del secolarismo, e dell’imporsi della “religione invisibile”, quella rinchiusa nel privato. E nel privato sono state spinte a nascondersi anche molte emozioni, considerate pubblicamente disdicevoli, dannose o irrazionali. Tra queste c’è il sentimento della paura della morte, che non va confuso con la pietas o la compassione verso i morti. Più ancora del numero dei morti che contiamo, sono i vivi afflitti dall’angoscia della morte la cifra del trauma collettivo che oggi serpeggia nell’ombra: una paura che non va sulla scena, che resta muta perché la nostra cultura, impacciata, se ne vergogna. Ben più della morte, del morire, abbiamo rimosso la “paura” della morte, della propria morte. Relegata, al più, tra le pareti dell’intimità, più spesso fa capolino nell’indicibile rapporto tra sé e sé, al punto che suo unico linguaggio pubblico legittimo è quello della letteratura o del cinema.

D’altra parte, sappiamo che il nostro vivere è allo stesso tempo il nostro morire, e che il tempo della vita contiene il momento della morte. E così per difenderci dal pensiero e dalla paura di morire abbiamo fatto della vita l’esorcista della paura e della morte: è questo il vero, paradossale, “capolavoro” dell’uomo, che ogni età della vita forgia di suoi contenuti e colori. È qui che si nasconde quella “singolarissima tenzone” con l’ossessione della paura assoluta. Disinclini a maneggiare questo “capolavoro” sono i bambini, specie quelli più piccoli, ancora nel pieno della socializzazione primaria, e che, non a caso, spesso di punto in bianco, ci imbarazzano con i loro: “Tu poi muori… ma quando muori, dove vai? Ma non hai paura se c’è buio? E non sei triste senza di me? Io sono triste senza di te… Ma poi devo cambiare casa?”. Poi crescono e si trovano avvolti nel “capolavoro”.

La paura della propria morte sprigiona sentimenti, coscienza, pensieri della propria “assenza dal mondo”, da quel mondo che (bello o brutto) è quello familiare. È la “paura del nulla”, dell’heideggeriano “non-esserci-nel-mondo”, nel mondo “terreno”, della “vita”, in “questo mondo” popolato di quei desideri e timori, passioni e ragioni, del bene e del male nostri e degli altri: è l’angoscia di “non-esserci-più-con-gli-altri”. La paura non è una virtù, è il coraggio a essere considerato una virtù (cardinale). Ma è sentimento sommamente umano: la possiamo più o meno gestire, ma non eliminare dalla nostra esistenza, dalla “condizione umana”. La paura della morte, comunque la si elabori e si affronti, è paura irrimediabile, dell’”ignoto assoluto”; è terrore dell’azzeramento dell’esistere nell’unico mondo di cui abbiamo esperienza comunicabile. È coscienza della finitezza umana.

Di fronte a questa paura-angoscia della morte, alla fine è meno rilevante il “come si muore”, se a causa dell’infezione provocata da un virus o di un “evento avverso” collegato a un vaccino. La scienza può offrire stime e modelli predittivi, anche contrastanti tra loro, basati su statistiche e probabilità che non sono risolutivi: possono solo recare conforto. Ma lo stesso aggrapparsi o meno a un conforto del genere è indotto da un sentimento soggettivo, da una reazione-giudizio associata a una varietà di fattori che smuovono testa e anima di ogni singola persona di fronte alla vita e alla morte. Abbiamo celebrato l’individuo e la soggettività, la modernità della “società degli individui”. E ora l’individuo, chiamato a fare i conti con la sua tremenda soggettività e individualità, rivela tutta la sua fragilità al cospetto della minaccia estrema. Accanto alla “solitudine del morente” nel momento della morte (Norbert Elias), scopriamo che c’è pure una “solitudine del vivente” quando si guarda allo specchio con la morte. Questo stato della coscienza ora, mascherato, s’aggira nella società e semina problemi in una sfera pubblica culturalmente disattrezzata per trattarli, sprovvista persino di un linguaggio per provarci. La scienza qui tace. Non può che tacere, per quanto la si strattoni. È impotente. La filosofia ci prova. Anche se non gode di buona salute, ci sollecita. Facendoci osservare che sotto il regno del Covid ricompare l’Essere alle prese con il Tempo, l’orrore angoscioso di quel “vivere per morire” che Heidegger ha analizzato con lucidità e radicalità quasi luciferina; e che Emanuele Severino ha cercato di addomesticare con “l’Essere a dispetto del Tempo”: un esercizio di nostalgia filosofica poco comprensibile nell’epoca del dominio prêt-à-porter della scienza e della tecnica. Sono, questi, sussurri sulla paura estrema e sull’impotenza della scienza di fronte alla condizione umana. Sono sussurri che echeggiano sotto il regno del Covid, se solo proviamo a grattare la superficie dei rumori di guerra tra pro-vax, no-vax e rebus-vax, tra aperturisti e chiusuristi, tra salutisti e lavoristi, tra DADaisti e presenzisti: sono gli umori, gli atteggiamenti e il dimenarsi dello spirito in un’epoca avviluppata in insicurezze e incertezze di ogni tipo e colore, dove ciascuno, qual che sia il modo, guarda alla sua salvezza, e usa toni e parole spesso oltraggiose o insipienti, poiché gli servono nell’armeggiare il “capolavoro” che tiene calato il sipario su “La Questione”.

E così ci si difende e ci si attacca nel nome della scienza. Tutti trincerati dietro la scienza. E la scienza presta armi e strumenti agli uni e gli altri: dopotutto, ormai è il nostro unico linguaggio universale (assieme al denaro). Siamo tutti partigiani della scienza, ognuno della sua scienza. La scienza così si fa partito e ciascuno ne fa il “suo partito”. Ho recuperato un appunto dei Quaderni di Paul Valery, scritti in tempi di guerra: aiuta a riflettere. «Essere di un partito consiste a non voler pensare certe verità», porta ad esigere «sacrifici di evidenze, a beneficio del sentimento e degli interessi» e porta «ad accettare o commettere delle idiozie» di cui andremo «grandemente a soffrirne». Oggi gli uni e gli altri sono schierati a partito, caro lettore. La “verità” sacrificata è la paura della morte che, abbandonata a se stessa, si vendica: ci immiserisce gli uni agli altri di fronte alle sfide del virus e del vaccino. Paradossi della paura sotto il regno del Covid. Non ne stiamo tendendo conto oggi come all’inizio del contagio. E ci ritroviamo in una selva oscura, ché la diritta via è smarrita.


(Pubblicato su questo sito il 13 maggio 2021 – Uscito, in versione leggermente diversa, su “l’Adige”, 13 maggio 2021

 

 

One Reply to “Regno del Covid, paradossi della paura”

  1. Questa pandemia ha ridimensionato tutto e tutti.Come si dice in genere…non tutti i mali vengono per nuocere….tutti gli ambiti sono stati ridimensionati…la democrazia vacilla in nome della velocità di dover risolvere il covid..l’economia parla solo di redistribuzione per combattere l’aumentata disuguaglianza evitando la sua parola naturale che altro non è che.. socialismo.. ma il termine stesso evoca politiche messe in atto con scarso risultato e quindi fa paura…la scienza tituba di fronte alla forza di questa pandemia…le religioni che promettono un aldilà felice non sono in grado di farci digerire la morte che è il termine naturale dell’inizio vita. Abbiamo riscoperto il valore delle piccole cose…vivere in campagna che può essere più salutare..trekking e vivere a contatto con la natura che tutti auspichiamo venga finalmente rispettata con meno inquinamento etc. etc…il denaro che di fronte alla salute conta poco e mette tutti sullo stesso piano…il covid non guarda in faccia a nessuno…sembra la livella del grande Totò..La storia sarà risolta ma speriamo ci insegni qualcosa.

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