25 Aprile, ieri e oggi. La liberazione e i giovani

(Pubblicato su questo sito il 25 aprile 2021 – Uscito su “Trentino”, 26 aprile 2015)

25 aprile, ieri e oggi è un articolo scritto nel 2015, in occasione del 70° anniversario del 25 aprile. Si concentra sui giovani e la memoria del 25 aprile, sui giovani di fronte alla vicenda e al significato della Liberazione: i giovani di questi ultimi anni al confronto con i giovani del “mitico” Sessantotto. Ma cosa ci dice, oggi, nel pieno del regno del Covid, quando nel passaggio di pochi anni vediamo un passaggio d’epoca? A ciascuno la sua risposta (25.4.2021).

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Il 70° anniversario del 25 aprile ha visto un rifiorire di iniziative celebrative e del discorso pubblico, sui quali sarebbe bene riflettere prossimamente con calma. Il Presidente Mattarella nel suo discorso di ieri, a Milano, rimarca che “democrazia è partecipazione”, ammonisce sulla necessità di “coltivare la pianta della democrazia”. In questi giorni ci ha parlato del 25 aprile come di un valore e una memoria ormai condivisi. Giusto che egli lo dica. Ma noi, grattando la superficie, restiamo dubbiosi, perché ciò che conta è la profondità di questa condivisione. E i segnali, da questo punto di vista, sembrano più problematici. La festa del 25 aprile si irradia tra borghi e grandi città di tutto lo Stivale, ma il clima è tiepido, il calore ancora solo “partigiano”. Un sondaggio di questi giorni dice che la maggioranza degli Italiani ritiene non più attuali i valori della Resistenza: un sondaggio non è oro colato, ma può far riflettere. Sui giornali non mancano commentatori che osservano, con preoccupazione, che gli studenti mostrano un’”ignoranza disperante” riguardo alla Resistenza e alla Liberazione.

La festa del 25 aprile ci dice dei nostri valori identitari fondativi, ma anche delle  fratture o ricomposizioni che  ridefiniscono tali valori, del mutar dei tempi politici e dei contesti culturali in cui valori si calano. Il 25 aprile, proprio per tutto questo, riflette dinamiche tra le generazioni, tra gli orizzonti di significato delle persone e delle culture che accolgono nel presente le vicende storiche.

Un dato si impone con immediatezza su ogni altra considerazione: anche i più giovani tra coloro che hanno vissuto direttamente l’”epopea” della nascita della nostra Repubblica stanno scomparendo e quelli sopravvissuti virano oltre i 90 anni. Ai giovani di oggi sta venendo a mancare l’ancoraggio delle memorie famigliari. La vitalità dei valori democratici sempre più dovrà ricorrere ad altri canali della cultura politica e della memoria. La qualità di una democrazia si misura sulla qualità di questi canali, sono questi a dare senso tanto alle riforme istituzionali quanto alle pratiche civiche quotidiane che riempiono le cronache. I valori democratici non possono essere dati per scontati, pena un conformismo privo di senso critico o equivoco nei contenuti. Il significato del 25 aprile dovrà affidarsi ad altri circuiti di vitalità dei valori democratici: è alla memoria pubblica, più che mai, che spetta il compito di riprendere e riannodare i ricordi personali trasmessi per via famigliare. È una responsabilità collettiva nei confronti dei giovani di oggi.

Le ricerche sociopolitiche, e lo sguardo quotidiano, ci informano che i giovani oggi comprendono poco il significato della celebrazione del 25 aprile, non sentono particolare pathos per questa data simbolica. Chiediamocelo senza reticenze: la Resistenza e la Liberazione dal nazifascismo appartengono anche alla loro “epica”? Rientrano davvero e diffusamente nel loro ethos? Forse camminiamo a fianco di una “generazione civico-adattiva” (Cfr. Nevola, Giustizia sociale e giovani. L’ideale di un secolo e la sfida del «civismo adativo», 2000) che rispetta sì il 25 aprile, ma come rispetta le opere da visitare in un museo, e che, alla fine, trae piacere dal “dì di festa”. Una generazione senza memoria, che vive se stessa senza passato? O con altre memorie in formazione? Con i giovani vi è qualcosa di normale in tutto questo.

Senza memoria o senza passato, a detta di alcuni, è stata anche la generazione del ’68. Ai giovani di quella stagione è associata la sepoltura di una società arcaica e deferente, una generale presa di distanza dagli schemi e idee dei padri: una sorta di “giovanilistico” o “rivoluzionario” congedo generazionale dal passato. Sui muri delle università, ad esempio, comparivano scritte come: “Voglio essere orfano”. Tuttavia quella del “lungo ‘68” è stata pure una generazione con “troppo passato”. Nessuna generazione, si sa, è tutta d’un pezzo. Infatti, su una parte di quei giovani ha pesato un passato di ideali alti, ritenuti traditi dai padri. La “contestazione”, specie nei suoi elementi di estremismo politico (di sinistra e di destra), ha colpito anche la Resistenza e la sua eredità. A rileggerla oggi, sul piano politico-culturale quella pagina ci consegna un’esperienza di riappropriazione generazionale della memoria e degli ideali legati al passaggio dal fascismo alla democrazia, attraverso la Resistenza e la Liberazione. I movimenti che hanno maggiormente orientato la sfera pubblica di quegli anni proiettano una memoria divaricata e sdoppiata. Da una parte quella della “nuova sinistra”: memoria, mitica e militante, di una Resistenza “genuina” ed “autentica”, annodata a valori di giustizia e libertà poi traditi. Dall’altra parte quella della “nuova destra”: memoria, altrettanto mitica e militante, di una “guerra civile” che ha visto soccombere o mal difesi i valori sacri della nazione fascista e della patria italiana. Una parte dei protagonisti del ’Sessantotto ha vissuto e interpretato le proprie idee e le proprie azioni come “riapertura” di un conflitto identitario, come tentativo di recuperare patrimoni ideali smarriti o trasfigurati. Da qui una riacutizzazione delle fratture ideologiche del ‘900 (fascismo e antifascismo, comunismo e anticomunismo, cattolici e laici) mescolata ad altre inedite (materialismo e postmaterialismo, maschilismo e femminismo, “chiesa del consenso” e chiesa del dissenso”, “matusa e capelloni”). Il canone della memoria civica, tra gli anni ’60 e ’70, è investito da forti scossoni. A partire dal dopoguerra, quel canone era riuscito a contenere i conflitti politico-identitari dell’epoca attraverso un “patto della memoria” centrato sull’antifascismo, pur nella varietà delle sue narrazioni e a fronte di pretese egemoniche da parte della cultura politica comunista o cattolica. Ad un certo punto quel patto comincia a mostrare le corde.

Storicamente, queste tensioni politico-identitarie innervano il significato dello stesso 25 aprile, si manifestano nelle ricorrenze celebrative. Il Sessantotto porta suoi contenuti e linguaggi espressivi, ridefinisce il quadro delle divisioni politico-culturali e fa esplodere la “questione generazionale” anche sul terreno della memoria pubblica. Gli orientamenti del movimento studentesco che risaltano maggiormente si collocano dentro la tradizione etico-politica antifascista. Nondimeno, la “contestazione sessantottina” del canone antifascista è forte persino in questo lato del campo. Prende fiato nei momenti simbolici, con il rifiuto della “Resistenza celebrativa”, accusata di tradire quella “autentica”. I riti istituzionali dell’antifascismo tradizionale sono liquidati come puro ritualismo retorico abbinato a vuoto valoriale. I riflettori della critica sono puntati su una cultura conformista, ipocrita e collusiva; la “generazione dell’idealismo attivo” va alla ricerca dello “spirito originario” del 25 aprile. Emblematico è l’anniversario della Liberazione  del 25 aprile 1968: i movimenti di sinistra si muovono contro il carattere “imbalsamato” della memoria resistenziale messa in scena dalle celebrazioni ufficiali unitarie, organizzano “cortei alternativi”, i quali, dopo aver sfilato per un tratto insieme a quello ufficiale, se ne distaccano e avviano manifestazioni autonome. E’ ben più di una “infrazione del rito”: un vero e proprio “contro-rito” opposto al “rito della tradizione”, e negli anni successivi si consoliderà.  

Riflettendo sul significato del ’68 e sulla “contestazione della Resistenza”, nel 1969 Bobbio definiva i movimenti ispirati dalla “nuova sinistra” come forze politicamente rilevanti. Ma anche come forze che con i loro principii e pratiche (democrazia assembleare, azione diretta e “spontanea”) si ponevano “al di fuori della Costituzione”. Aggiunge, però, che “La rivolta giovanile è portatrice dell’ideale o dell’utopia di una società postindustriale”. E conclude: “Tutto questo dovrebbe servire da premessa a un discorso sulla ‘Resistenza contestata’”. È una premessa che non dovremmo dimenticare – nel nome della libertà, e del 25 aprile suo simbolo.

25 aprile e ’68: riappropriarsi del significato storico di pagine salienti della patria italiana non significa pretendere da esse frutti che noi non riusciamo a coltivare. In quelle pagine possiamo, forse, trovare qualche seme, e condividerlo. Ma il lavoro di coltura “tocca a noi, soprattutto a quelli che sono venuti dopo, alle giovani generazioni”.

One Reply to “25 Aprile, ieri e oggi. La liberazione e i giovani”

  1. Concordo. Azzeccata la metafora sul 25 Aprile come opera da museo: si studia, si rispetta, talvolta lo si ammira ma senza “capirlo”, proprio come l’arte contemporanea, e proprio come questa, nel profondo rimane annidiata l’idea che sia cosa noiosa da intellettuali. Senza senso, che solo apparentemente trasmette emozioni, e non fa riflettere ma finge solo di farlo.
    Come dare un presente ed un futuro a questa data invece che relegarla solamente in un passato da rievocare ritualmente ma afflosciato e privo di vita?
    La risposta è difficile e per nulla scontata.
    Innanzitutto occorre interrogarsi su cosa significa “resistenza” oggi. Non si resiste ad un “potere politico” come quello del fascismo: dentro e fuori le urne non si scontrano più ideologie, la gara è piuttosto a chi fa la voce più grossa o a chi riesce ad accattivarsi la compiacenza dei cittadini (sempre più diffidenti e schifati dai vari leader). Non c’è un programma politico di restrizioni delle libertà perché non c’è programma politico di alcun genere. Solo mode esangui e passeggere.
    Non si resiste neanche alle gerarchie e ai soprusi patriarcali, di classe, familiari, ecc, come avvenuto nel lungo ’68. O meglio, queste sono lotte marginali, ma un individualismo sempre più dilagante promette che in un futuro prossimo non vi saranno più strutture contro cui ribellarsi; solo cittadini-atomi privi di relazioni (che siano esse autoritarie o egualitarie).
    Il problema è che non si conosce ciò verso cui resistere poiché può essere descritto solo con parole inglesi, sigle, vocaboli che appartengono al dizionario della finanza e che sono escluse ai non adepti.
    Bisogna quindi rassegnarsi ad un 25 Aprile inutile e noioso? No. Basta studiare, provare a capire, preferire la fatica piuttosto che aspettare sul proprio divano dei prodotti culturali e non di cui non si conosce mai il funzionamento.
    Per me la Resistenza oggi è resistenza alla comodità.

    “La libertà è una forma di disciplina” (cit. da Depressione Caspica dei CCCP fedeli alla linea)

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