Pomponio, “scolaro” di Aberlardo. Virus, dissenso e fantasma della libertà

(Uscito, con altro titolo, su “l’Adige” e “Alto Adige”, 26 ottobre 2020 – Pubblicato su questo sito il 26 ottobre 2020)

Si può dissentire contro l’utilità e il diritto del coprifuoco anti-virus? È legittimo aspettarsi che tale dissenso si manifesti e sia affrontato in una pubblica discussione “ragionevole” e “critica” anziché essere tacciato di negazionismo, ignoranza o di attentato al bene comune della salute? Libertà di pensiero: cosa può dirci uno studente di 4 secoli fa, che si era laureato a Padova il 24 ottobre del 1552, sulla nostra cultura politica, sulla paura di dire come la si pensa e sul conformismo che ne discende?

Roma, 19 agosto 1556. A piazza Navona fa molto caldo, ma è accesa una catasta: sopra, un calderone di olio, pece e trementina bollenti, vi si immerge un condannato che muore invocando Dio, senza lamenti, dopo indicibili sofferenze. I romani assistono commossi, la piazza è stupita, meravigliata dal fiero e sereno coraggio del condannato; molti ne conoscono la vicenda, sanno delle sue idee, della sua testarda inflessibilità nel difenderle. Il condannato è Pomponio de Algerio. Ha 20-30 anni, è uno studente. Da Nola, Regno di Napoli, era arrivato a Padova, sotto la Signoria di Venezia, per studiare allo Studio, come allora si chiamava l’Università. Padova era città di libero pensiero, aperta, accoglieva prestigiosi studiosi; la sua università, un fiore all’occhiello; Venezia, una signoria nobiliare ma “repubblicana”. Lo “scolaro” (così eran chiamati gli studenti universitari) è accusato di eresia dalla chiesa cattolica: di pensare e “vivere a la lutherana”. Ai tempi, all’Inquisizione spagnola si era aggiunta quella romana, non meno rigida e spietata. Il ragazzo è studente brillante, capace, promettente. Solo che si è messo in testa di prendere sul serio il motto dell’università patavina: Universa Universis Patavina Libertas (Tutta intera, per tutti, la libertà nell’Università di Padova). Pomponio, quasi a emulare Abelardo il filosofo (sì, quello dell’amore con Eloisa), pretende che in materia di fede e testi sacri si debbano usare scienza e ragione, secondo il principio di “libero intendere” anziché quello di “autorità istituzionale”; per lui la chiesa è “comunione con Cristo”; disprezza apertamente il papa.

La vicenda non riguarda solo fede e libertà religiosa, o le dispute tra poteri temporali e spirituali, ma, prima di tutto, libertà di coscienza e di scienza. Perciò lascio sullo sfondo la “questione cattolico-romana”, che pur pesa in un’Europa attraversata dalle idee della Riforma che lacerano l’universo cristiano. Sorvolo pure sugli importanti risvolti giuridici, politici e diplomatici della vicenda. Eccetto uno: l’”antagonista” di Pomponio, che fa di tutto per ottenere l’estradizione del giovane a Roma, per esigerne l’abiura, per portarlo al rogo pubblico. È papa Paolo IV (al secolo Gian Pietro Carafa): persona colta, di antica nobiltà napoletana, ma sospettoso; uomo di potere a tutto tondo, e indisponibile al confronto pubblico. Implacabile inquisitore (introduce L’Indice dei libri proibiti). Non sfugga che, in quanto capo della Chiesa, su di lui gravi il dovere di difenderla. Temuto e rispettato, non era però molto amato. Quando muore (1559), il popolo romano si solleva: la sua statua mutilata e lanciata nel Tevere, la sede dell’Inquisizione devastata e molti suoi ministri aggrediti. E nel Tevere, fuori città, nei pressi del Muro Torto, sono disperse le ceneri di Pomponio, come era dovuto, secondo autorità, agli “immeritevoli”.

Pomponio chiede il rispetto del suo status di “scolaro”: rivendica il diritto alla pratica dell’ideale delle libere scienze, come professato dalle università. La sua è una sfida aperta alle gerarchie che governano e vigilano sul “giusto pensare”, e che puniscono chi non vi si conforma. La sfida, perciò, prima che questione di eresia religiosa è questione che investe poteri e autorità custodi dell’ortodossia di pensiero. La fede di Pomponio, come quella di Abelardo, è “fede nel metodo razionale” (oltre che in Cristo): il metodo dell’”assidua disputatio”, nobile eredità dell’università medievale post-scolastica o della “scolastica critica”. È il metodo della discussione “retorica”, cioè razionale, degli argomenti.

Una brutta storia. Dove oggi si scorgono protagonisti scivolati nella follia, trascinati da misticismo alienante o da demoni del potere, integralisti e intolleranti. La storia ci dice che abbiamo fatto progressi. Cos’altro può dire a una società che storce il naso davanti a quei modi di stare al mondo, che marca la sua estraneità al contesto politico e culturale che ha prodotto e distrutto figure come Pomponio? Può suggerirci di scavare in profondità nella nostra cultura politica e di porci un problema: quanto spazio e legittimità hanno oggi le convinzioni, le opinioni, i valori disallineati o in contrasto con quelli dominanti, siano questi rossi, verdi o a pois, su qualsivoglia tema (Europa, migrazioni, economia, virus, Dio)? Sembra che nel mare magnum del discorso pubblico ci sia posto per tutti: pari opportunità per i diversi punti di vista, come recita la teoria democratica convenzionale. Eppure pare un fantasma della libertà quello che s’aggira tra di noi: una nuova fattoria degli animali, più accorta e confortevole di quella di Orwell. Le convinzioni ragionate sono diventate merce rara, degradate a rigidità stucchevoli, a integralismi perniciosi. Grazie a tecniche ben più “sofisticate” d’un tempo, convinzioni e valori delle persone son diventati molto “malleabili”, anche su libertà, scienza e coscienza. Niente inquisizioni e roghi; e neppure Pomponio.

Ma Pomponio, chi era? Un ragazzo disposto a perdere tutto pur di non perdere se stesso. Un ‘se stesso’ racchiuso in un principio che riguarda conoscenza, università, libertà di pensiero: «et io et tutti li scolari qua semo che possiamo liberamente vaccare a tutte le scientie che si legeno pubblicamente in li Studii et de quelle dar conto», disse al processo; e spiegava di non poter fare abiura sulla libertà di approvare o disapprovare in autonomia di giudizio «tutte le scientie che si legeno pubblicamente in li Studii». Ecco il punto: “autonomia di giudizio” (non “monate”) di fronte alla scienza e all’autorità. Pomponio non cede alle pressioni per ritrattare, non umilia il suo libero pensiero per salvare l’anima, se non il corpo. Non accetta tale tremendo diktat spirituale, esistenziale. Ma l’autonomia di giudizio va difesa fino all’estremo o è più saggio dissimulare e nascondere il proprio pensiero? Ai nostri giorni si è disinvolti di fronte al dilemma. La scelta è scontata. Ogni giorno si ha a che fare, in università e fuori, con esaminatori, voti, crediti, carriere, successo o sopravvivenza da assicurarci: a buon motivo. E non ha senso fare il Pomponio. E se un Pomponio s’aggira per l’aria, niente rogo. Basta ignorarlo: come a teatro, buoni registi e ottimi assistenti san come gestire il palcoscenico. L’autonomia di coscienza pare oggi questione obsoleta, dati i tanti diritti e libertà di cui godiamo. Ma forse proprio la placida culla dei diritti addormenta e svilisce la coscienza libera. Circondati da Camaleonti e Sottomessi, la storia di Pomponio, che intreccia scienza e coscienza, dovrebbe essere meditata. Croce, ammirato, accostò la sua figura a quella di un altro nolano, Giordano Bruno. Un filosofo passato alla storia, Bruno; uno studente che non ebbe tempo di lasciarci scritti, ma solo la testimonianza di una vita “abbruciata”, Pomponio. “Morire per delle idee” fa scandalo, suscita l’acida condanna cantata da Brassens e de André. Ma anche svuotarci delle idee dovrebbe fare scandalo. E con ciò torniamo al virus e al coprifuoco.

 

 

One Reply to “Pomponio, “scolaro” di Aberlardo. Virus, dissenso e fantasma della libertà”

  1. Apro il mio intervento con un ringraziamento, poiché gratitudine andrebbe dovuta ad ogni appello all’anticonformismo e alla libertà di pensiero (se intesi correttamente), tanto più se esso viene fatto evocando figure storiche semisconosciute ma nondimeno interessanti come quella di Pomponio. Tuttavia, che i suoi insegnamenti siano applicabili nel nostro mondo contemporaneo non è una questione scontata.
    Come è possibile avere una opinione “critica” e “ragionevole” su una questione come il corona virus e le misure per combatterlo? Alla stragrande maggioranza della popolazione mondiale che non ha studiato medicina non resta che affidarsi al parere dei vari virologhi, spesso in contrasto l’uno con l’altro. Una questione di fede dunque, in cui l’autonomia di pensiero tanto mitizzata dalla ragione illuminista può fare ben poco.
    La globalizzazione, il gigantismo delle istituzioni e delle multinazionali, le nuove tecnologie che abbattono ogni limite umano, portano con loro un triste corollario su cui spesso i loro idolatri chiudono gli occhi: l’incapacità del cittadino di sapere come affrontare dei problemi che sempre meno dipendono dalle sue azioni ma sono invece generati da strutture a lui estranee; e la conseguente necessità di affidarsi al parere di un “esperto”.
    L’unica alternativa possibile a questa rinuncia alla propria facoltà decisionale sembra essere quella di rifugiarsi negli istinti “stupidi” e violenti, come è avvenuto con le guerriglie urbane di Napoli, Roma e Torino. Questo è in realtà un conformismo ancora più pericoloso perché non si eleva ai giudizi di chi ha studiato la materia di cui si occupa, ma si abbassa a chi ripete slogan per mera convenienza politica.
    Che fare dunque? Accettare la verità che in un mondo interconnesso non si può fare affidamento solo sulla ragione individuale. Star sempre vigili, ma dare fiducia a chi la merita. Non darsi ad inutili sfoghi distruttivi, ma raffinare intuizioni e sentimenti poiché solo questi sapranno dirci quali imposizioni possano essere accettate e quali invece debbano essere messe in discussione.

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