Taglio dei parlamentari. Il referendum che imbarazza e la democrazia “oltre i partiti”

(Pubblicato su questo sito il 15 settembre 2020 – Uscito su “Alto Adige” del 14.9.2020, su “L’Adige” del 19.9.2020)

Tra molti tentennamenti e tensioni interne, i partiti hanno via via indicato le loro posizioni ufficiali sul referendum del 20-21 settembre, dove si chiede al cittadino di approvare o no la riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari da 945 a 600. Qualcuno, il Pd, lo ha fatto solo a due settimane dal voto, di un voto che Zingaretti, il segretario dem, pur considera un momento cruciale per «la tenuta della Nazione nei prossimi anni», benché escluda ripercussioni sulla sopravvivenza del governo M5s-Pd. Il modo in cui i partiti hanno affrontato il referendum che modifica la Costituzione è però molto reprensibile quanto al lavoro che ci si aspetterebbe da loro di fronte a un cambiamento costituzionale: divisioni interne, scarso interesse a orientare l’opinione del cittadino comune, argomentazioni incerte o schizofreniche. Tanto che, secondo un recente sondaggio, a una ventina di giorni dal voto solo 1/3 dei cittadini sarebbe a conoscenza del referendum; tanto che la signora Cesira, tratteggiata da Sergio Camin sull’Alto Adige, sbotta: «Ma se vota de novo? E de cosa? N’altro referendum?». Sarà un caso-limite, di folklore. Ma di “signora Cesira” o di “signor Giovanni” ce ne sono più di quanto si creda: che parlino in dialetto o meno, non sono fuori del mondo. E sono “cittadini”: meriterebbero un più sano lavoro da parte dei partiti, che esistono perché chiamati a rappresentare la gente e in quanto chiedono e ricevono il suo voto. Non siamo messi molto bene. Vediamo.

Fratelli d’Italia si è schierata per il Sì, ma senza impegno, per Giorgia Meloni e i suoi niente calore o sbandieramenti; la loro voce verso i cittadini è rimasta defilata. Analogo l’atteggiamento che ha accompagnato il Sì della Lega, dove al suo interno navigano malumori e insofferenze per una riforma che non ha mai scaldato Salvini, che in Parlamento l’ha sempre votata “per dovere”, in accoglimento della richiesta del M5s che ne faceva una condizione non negoziabile per il “contratto” di governo Conte 1, salvo pentirsene un anno fa quando, con la “fantasmagorica” ma iper-politica “crisi di Pescara”, si consumò la rottura tra il leader leghista e Di Maio. Il No al taglio reso pubblico dall’autorevole Giorgetti a una settimana dal voto è tutt’altro che isolato; è probabilmente vicino ai convincimenti di Salvini, che questi non si sente di esprimere dopo aver portato la Lega a votare in Parlamento sempre Sì al “taglio”; può esprimere tanto un gioco delle parti tra i due non meno che una latente competizione per la guida della linea leghista. Che si tratti di tattica tutta politica o di “parti in commedia”, ciò non aiuta a orientare l’universo leghista, e tanto meno il cittadino comune che cerca lumi per il suo voto. Forza Italia, invece, è andata sulla pilatesca “libertà di voto” (così come Italia Viva): per decisione di Berlusconi che, pur considerando il “taglio” una riforma «demagogica» e preferendo il No, ha cercato di salvare la sua creatura, il cui gruppo dirigente si è pubblicamente spaccato tra il Sì (Gelmini) e il No (Brunetta). Liberi e Uguali si presenta in ordine sparso: Bersani per il Sì, l’ex presidente del Senato Grasso per il No, il ministro Speranza per “un Sì ma che se vince il No va anche bene”.

Il Sì al taglio del M5s è (apparentemente) limpido e aproblematico: la riforma è una sua bandiera, fatta digerire pure al Pd quando si è trattato di chiudere l’accordo di governo Conte 2 e di chiudere la porta a Salvini. Però, né il movimento né il suo gruppo dirigente sono compatti. Tutt’altro. Cresce il mal di pancia tra i parlamentari e non pochi si sono pubblicamente dichiarati per il No, non pochi ai vertici o alla base del Movimento si mostrano “disimpegnati” nella campagna: per alcuni sono allo studio provvedimenti disciplinari, lo scalpitante Paragone “scissionista” fattosi paladino del Movimento originario, quello “pre-metamorfosi”, pare caduto nel silenzio. Del resto, i 5s han visto dimezzare i consensi nel volger di una stagione; ai vertici e soprattutto tra militanti e simpatizzanti, le contrarietà alla sempre più stringente alleanza con il Pd “nemico storico” e la trasformazione in forza “pro-sistema” del grillismo nato “anti-sistema” pongono seri problemi; l’ombra di ulteriori uscite dal partito o di scissioni inquieta. Da qui, la compattezza sul referendum è “necessità di vita”, ossigeno irrinunciabile non solo per la vittoria del Sì ma per la stessa tenuta pentastellata, che dovrà già fare i conti con l’esito del concomitante voto regionale. Ma le divisioni ci sono.

Infine c’è il Sì del Pd: il più debole e contrastato. Il partito è profondamente diviso tra sostenitori del Sì e quelli del No: tra i suoi dirigenti, come si è visto anche nella direzione che ha ufficializzato il Sì; nel suo “popolo”, nel suo ceto intellettuale a voce di politologi e costituzionalisti, per non dire nel suo (ex?) retroterra di sinistra ormai senza rappresentanza e afono nell’opinione pubblica. Il Sì della leadership Zingaretti è figlio dell’alleanza “irrinunciabile” col M5s. Fuori da questo quadro politico-governativo, il Pd direbbe No ad una simile riforma della costituzione, ridotta a forbici per tagliare. Così, il sostegno pubblico piddino al Sì s’avviluppa in fantasiosi contorsionismi, che suonano poco ricevibili o comprensibili a quella parte di elettorato che medita su come votare. Non è agevole per il Pd, dopo aver votato in Parlamento tre volte No al “taglio” dei parlamentari, con doviziose considerazioni di dottrina democratica, far credere che il suo voto favorevole alla quarta e ultima lettura parlamentare della riforma, dopo l’uscita di scena del governo Lega-M5s, rifletta un genuino convincimento per il Sì e non già un puro cedimento ai 5s per poter andare al governo. Non a caso, gli esponenti dem evitano di campeggiare nella campagna referendaria. La conseguenza è che a parte non piccola di opinione pubblica e di militanti arriva un opaco Sì, fatto di imbarazzati ed imbarazzanti distinguo e qualificazioni: il Sì “lungimirante, che guarda lontano” (Zingaretti), il Sì “punto di partenza, non di arrivo” (ministro dei Beni culturali), il Sì “inserito in un processo più ampio” (ex ministro della Difesa), il Sì “dinamico, che non è lo stesso del Sì di Di Maio”, perché è propellente per una radiosa futura riforma della Costituzione (un sottosegretario del governo); il Sì  che definisce come incoerente il No di ieri, addebitato al fatto che all’epoca non si poteva mica dire Sì a una riforma promossa da una maggioranza M5s-Lega, mentre oggi la stessa identica riforma va benissimo, dato che il governo è Pd-M5s (ex segretario dem Martina).

Morale della favola. Sia chiaro, i partiti non son mai stati soggetti unitari, con un idem vedere tra i loro dirigenti e tra questi e la base. Vivono fisiologicamente di divisioni, di fazioni e conflitti, nelle idee e negli interessi. Ma c’è un limite. Che viene valicato quando tutto ciò svuota i partiti delle loro funzioni e responsabilità. In questo caso si arriva a una degenerazione patologica della politica dei partiti. Questo dice il referendum di settembre. E dice che, vincente il Sì o vincente il No, perdenti sono i partiti. Chi più, chi meno. Si osserverà: ok, ma non è cosa nuova. Vero. Ma ciò non significa che sia bene. Dieci anni fa un influente esponente-ideologo del nuovo Pd suggerì la strada del futuro della democrazia italiana: “oltre i partiti”. Eccoci: siamo oltre i partiti. Nel senso che i partiti persistono, si moltiplicano, sfarfalleggiano e cambiano abito, ma non fanno quello che dovrebbero fare. La campagna referendaria illustra che il limite è stato varcato. Contenti così…

 

3 Replies to “Taglio dei parlamentari. Il referendum che imbarazza e la democrazia “oltre i partiti””

  1. Al di là dell’opportunismo, i partiti sono balbettanti poiché la riforma è balbettante. Al contrario del referendum del 2016 in cui c’erano tante (troppe?) cose tutte assieme, in questo la domanda è secca e semplice. E proprio per il fatto di non essere accompagnata da ulteriori accorgimenti, totalmente ininfluente per quanto riguarda i suoi effetti più immediati. Quando si parla del risparmio ottenuto grazie a questa, si sta parlando di una cifra relativamente bassa; ma anche sul deficit di rappresentatività, bandiera dei sostenitori del NO ci sarebbe da ridire. Davvero 945 parlamentari possono essere molto più rispettosi del volere di 60 milioni di italiani rispetto a 600? Non prendiamoci in giro: in una democrazia rappresentativa centralista come quella attuale è impossibile tutelare tutti i bisogni delle minoranze più piccole, che ci siano 345 parlamentari in più o in meno. Il referendum quindi non trova la sua importanza in sé stesso, ma piuttosto negli effetti sulla cultura politica italiana che esso potrebbe produrre a lungo termine. Tracciare una “X” sul “SI” significa aprire le porte (ulteriolmente) alla demagogia? Oppure l’inizio un percorso che possa superare l’impantanamento parlamentare prodotto dal bicameralismo perfetto? Qualsiasi sia la scelta, i partiti, ma soprattutto i cittadini, dovrebbero prenderla pensando non all’oggi ma al domani. E mi sembra che in circolo ci siano scarse riflessioni al riguardo. Buon voto a tutti

  2. …Il mio prof mi direbbe che non è corretto,che comunque è un diritto che va esercitato per non dar spazio agli altri,è un punto democratico irrinunciabile,ma stavolta sono deciso…non voto… Tempo perso.Il tempo è uno strumento e come tale va usato nel migliore dei modi.Non era meglio impiegarlo per fare una riforma vera ? Eliminare il bicameralismo,riformare le regioni eliminando le province,la legge elettorale, non alla Renzi…ca va sans dire. I partiti..quello che ne rimane…sono persi nel poltronificio quotidiano,sono in arrivo un pacco di mld da spendere e non abbiamo i programmi veri, non le solite promesse che a Bruxelles conoscono.I vari Cottarelli e Colao usati come spot e messi da parte come sempre. La rappresentanza parlamentare di cui si discute tanto in questi giorni ha perso il suo appeal proprio nella sua sede istituzionale ha scapito della sua autorevolezza.Dove non si vota per le regionali poca affluenza,le persone sono preoccupate da altri problemi,la pandemia che si riaccende,il tanto lavoro perso,la scuola con mille problemi atavici etc ,etc.Il punto vero è che …ci sono loro…e ci siamo noi…

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