Democrazia e paura di esprimere le proprie idee

(Pubblicato su questo sito il 6 settembre 2020 – Uscito, in versione e con titolo diversi, su “l’Adige” e “Alto Adige”, 4 settembre 2020)

Pur in affanno, le società occidentali liberaldemocrazie, anche l’Italia, non sono assimilabili alla Cina, Russia o Turchia; sono inconfrontabili con la Cina, la Turchia o i regimi sovietici di un tempo. Prendiamo ad esempio la libertà di opinione e di espressione. Dalle nostre parti, si vive nel “mondo libero”. Lo apprendiamo fin da ragazzini, a scuola; possiamo scegliere quali giornali leggere, abbiamo una stampa, con tutti i suoi limiti, libera e plurale; scegliamo i nostri programmi televisivi, radio, film, libri, musica, social e siti. Anche sotto le limitazioni-da-pandemia, troviamo modo di riunirci, di discutere insieme, partecipare a manifestazioni o a mobilitazioni di protesta, e bene o male andiamo pure a votare. Abbiamo talmente acquisito questi aspetti del nostro vivere sociale e politico, che ricordarli pare una banalità. Come è un’ovvietà dire che in un Paese libero la gente non deve avere paura di esprimere le idee che ha in testa. Ma allora che motivo c’è di discutere se viviamo in Paesi liberi e democratici? Beh, qualcuno c’è. Ciò che pare ovvio si scontra infatti con il “mondo reale”.

Il tema svolazza nel dibattito pubblico americano, dove ci si è chiesti: avere i diritti di libertà di espressione significa forse che ci sentiamo, di fatto, liberi di esercitarli e di dire cosa abbiamo in testa? E se, invece, avessimo paura di dare voce alle nostre opinioni? Che democrazia sarebbe se una maggioranza di persone temesse cosa potrebbe accaderle nell’esprimere opinioni impopolari? Saremmo ancora un Paese libero e democratico? Tali interrogativi sono accesi dai risultati di una recente ricerca del Cato Insitute, un think tank tra i più accreditati del mondo, di ispirazione liberale, liberista e libertaria, e perciò assai sensibile al tema delle libertà democratiche. Come dico sempre, i dati di ricerche del genere vanno presi con le pinze, ma non sono privi di significato. Due americani su tre, stando alla ricerca, ritengono di vivere in tempi che impediscono di dire le cose che pensano perché gli altri possono ritenerle offensive (si pensi alla cancel culture), sbagliate (si pensi al virus o ai finanziamenti europei) o inaccettabili (si pensi all’immigrazione). Sono in gioco opinioni politiche o su policies importanti. Qualcuno le liquida come mere “percezioni”, lontane dalla “realtà dei fatti”: attenti, le percezioni sono realtà e sono fatti, sono cose tremendamente reali.  Stando al Cato Insitute, i sentimenti registrati sono diffusi in modo trasversale tra conservatori e liberal, benché nel primo caso tocchino livelli elevatissimi (quasi l’80%, e pure questo dovrebbe indurci a riflettere). Questi sentimenti dicono che a reprimere le idee non è la presenza di un dittatore, ma l’autocensura: invero, la presenza di un despota “invisibile”, quella della “maggioranza manifesta” e delle idee dominanti. Come non pensare al Pasolini del (nuovo) fascismo?

Sarebbe tuttavia sciocco pensare che le liberaldemocrazie di oggi assomiglino alla Cina o all’Urss di un tempo. Ma è anche sciocco negare che esiste un problema, relativo alla piena cittadinanza del libero pensiero e della sua espressione. Sappiamo bene che la libertà ha i suoi limiti, giuridici e morali. Ma la paura non è comunque un sentimento amico della libertà o della qualità di una democrazia. L’inchiesta del Cato riguarda gli USA, ma ho pochi dubbi sul fatto che essa getta luce su sentimenti e tendenze diffusi pure in Europa e in Italia. Sono in campo paure che sarebbe miope o irresponsabile sottovalutare, trivializzare o deridere con sufficienza: sono la paura di infrangere il pensiero e le parole “politicamente corretti”, di dire cose “sbagliate” o “sgradite”, di offendere, di essere isolati e stigmatizzati, di “stare con i perdenti”, e magari di compromettere relazioni sociali, amicizie, il successo nella carriera, possibilità di lavoro. Per evitare rischi di esclusione o emarginazione, ecco allora che ci si autocensura su quello che si pensa e non si esprimono apertamente le proprie idee. Su queste basi lievita il conformismo, più o meno “esteriore” a seconda dei casi. E in effetti, in tempi in cui il conformismo domina la scena privata e pubblica, e s’abbina in modo sorprendentemente efficace con un individualismo spesso esibito a destra e manca, a costi irrisori, comportamenti e atteggiamenti della maggioranza delle persone vedono primeggiare Camaleonti e Sottomessi. Sono due modi di stare al mondo, due strategie di adattamento o “armonizzazione” con lo “spirito del tempo”. Intorno a Ferragosto, sul CorSera, Angelo Panebianco descrive i Camaleonti come coloro che sposano con disinvoltura le “idee del giorno”, quali esse siano; vogliono essere sempre in sintonia con ciò che appare “spirito del tempo, che si tratti di seguire il linguaggio di “genitore 1 e genitore 2” anziché quello di “mamma e papà” nel campo dell’identità di genere, oppure quello dei “porti aperti” o dei “porti chiusi” nel campo dell’immigrazione. I Sottomessi, invece, si allineano (più o meno docilmente) alle idee prevalenti, spesso nascondono le loro convinzioni o sono senza opinioni precise, ma in ogni caso tendono pure essi a soggiacere agli orientamenti prevalenti, allo “spirito del tempo”, perché temono la disapprovazione pubblica, sociale o nella cerchia di amici e conoscenti o sui luoghi di lavoro. Che sia per quieto vivere o per opportunismo, dietro il conformismo camaleontico o sottomesso c’è (pure) la paura di dire apertamente ciò che si pensa. Questo vale per il cittadino comune, ma talora anche per intellettuali o per chi “professa” le scienze. Tutto ciò nell’epoca della libertà di pensiero e di parola, della tolleranza e del pluralistico rispetto delle idee degli altri.

Ma non sono solo le idee dominanti, spesso propagate da minoranze attive e “vocali”, a far girare i meccanismi integrati di paura e conformismo. Nella società della conoscenza e dell’informazione, pure gli esperti e la scienza tendono (gioco-forza) a restringere sempre di più gli spazi della “libera opinione”: il dissenso o il “pensare altrimenti”, la “parola contraria” (Erri de Luca) sono minacciati di intrappolamento nelle fake news, di essere respinte dalla “verità” o dal “politicamente corretto”, persino di essere legalmente perseguibili. Pare di essere arrivati al trionfo di Platone: l’epistème (scienza) mette in riga la doxa (opinione). Siamo usciti dalla caverna, finalmente? No, non proprio. Ne sono riprova, allo stesso tempo clamorosa e normale, l’incertezza, la schizofrenia o il pluralismo delle spiegazioni scientifiche in merito al Covid, al contagio, alle sue “misurazioni”, ai provvedimenti e ai mezzi atti a contrastarlo. Così, l’effetto di massa di una scienza mitizzata è un disorientamento collettivo dove si mescolano autoritarismo e anarchismo nelle idee e nella loro espressione, a danno del libero pensiero e del nutrimento di idee originali magari controcorrente o sgradite allo spirito dei tempi. Anche tra le élites, sui media e nelle stesse istituzioni della scienza.

Qualcuno penserà: “Ma professore, lei pone sempre problemi e poi non dà risposte!”. Sarà. Forse. Ma qui lascio perdere quest’ultimo “problema”. E do una risposta a quello qui emerso: coraggio. Dobbiamo avere il coraggio di esprimere le nostre idee, specie quelle “contrarie”, e di “sopportare” le conseguenze che possono derivarne, fare i conti con quelle (variamente) costose e che ci danneggiano. È un dovere di coscienza e di scienza, per chi le ha, e per chi sente il dovere. Si tratta di guardare dritto negli occhi il don Abbondio che si nasconde in noi. Ma non per sparagli addosso, che sarebbe cosa inutile, forse impossibile e nemmeno giusta. Don Abbondio è don Abbondio, e lui lo sa. Biasimare i don Abbondio può essere facile, a parole, tanto sono sempre gli altri; ragionarci insieme seriamente è invece un altro paio di maniche. Infine, non dimentichiamo che paura e conformismo che imbrigliano le idee della gente hanno ricadute pesanti nel campo della conoscenza e in quello dei comportamenti politici del cittadino comune, dei grandi mass media e dei partiti. Ma questo un’altra volta.

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