“Chiamatemi Ismaele”. Intorno a Moby Dick

(Pubblicato su questo sito il 27 giugno 2020)

Il paese delle meraviglie

 «Chiamatemi Ismaele”, dice. E la testa a Moby Dick

Dice: «Chiamatemi Ismaele». E chiamiamolo Ismaele, allora. È il nome che gli ha dato il padre?  (e la madre non conta? Beh, questa è un’altra storia). O forse il nome se l’è dato lui? Può essere. Chiamiamolo comunque con il “suo” nome. Lo faccia anche chi dissente, o chi gli disconosce il nome e gliene dà un altro, un nome che vede in lui un eroe oppure che lo disprezzi come “mala erba”, che gli susciti infinito smarrimento, sentimenti di compassionevole o, perché no?, colpevole perdizione. Un disadattato? Un fallito? Il destino, più o meno “cinico e baro” ma tremendo quando ci si mette? Scegliamone pure noi il nome, se è ciò che vogliamo, ma questo sarà il “nostro” nome. Non il “suo”. Ma ascoltiamolo… Dice della terra, e soprattutto del mare.

Dice: «Con in tasca poco o nulla, e niente in particolare che riuscisse ad interessarmi a terra, quel giorno presi ad andarmene per mare». Dice che così gli capitava ogni volta quando sorprendeva una smorfia amara sulla bocca, o un «novembre umido e stillante» a dominargli l’anima. Andarsene per mare – dice – è il suo surrogato della pillola, della pallottola, o di quello che si prende la briga di stare ad ascoltare. Epperò ascoltiamolo…

Dice: «Zitto zitto, m’imbarco». E aggiunge che non c’è nulla di strano. Dice: «Eccovi», mentre la saluta, «l’insulare città dei Manhattenesi, tutta cinta dalle banchine come isole indiane dai banchi coralli», e la sua risacca che l’avvolge: i suoi commerci. Ma potrebbe essere la città dei Napoletani o dei Genovesi, ma pure quella dei Torinesi o dei Romani, o Roseto degli Abruzzi, Pachino, Follonica, e persino un paesello sul Garda. Troppa differenza? Mah… Le “onde” bagnano la citta, le brezze la rinfrescano. La terra diventa invisibile – dice Ismaele.

Saluta e ci dice: «Camminate ai margini della città in un sognante pomeriggio domenicale», di qua e di là, camminatela in lungo e largo, da sud o da nord… «Che cosa vedete? Piazzati come sentinelle silenziose tutt’intorno all’abitato, stanno migliaia e migliaia di mortali impietrati in sogni oceanici. Alcuni appoggiati ai pali, altri seduti sulle testate dei moli; questi spingono lo sguardo oltre le murate di navi che vengono dalla Cina, quelli aguzzano gli occhi verso l’alto, alle attrezzature, come cercassero di spaziare ancora meglio la vista sul mare. Ma sono tutti gente di terra, uomini rinserrati nei giorni feriali tra cannicci e intonachi, legati ai banchi, inchiodati agli scanni, ribaditi alle scrivanie». S’interroga Ismaele, e c’interroga. «Che cosa significa allora? I prati verdi sono scomparsi? Che fa qui questa gente?».

Ma guardate! Guardate ancora – dice. «Arrivano altri gruppi che marciano dritti all’acqua come volessero tuffarsi. Strano! Niente li soddisfa se non il limite estremo della terra: oziare al riparo del vento, all’ombra di quei magazzini non basta». No. Ciascuno si spinge per andare vicino all’acqua… il più vicino possibile però senza cascarci dentro. Dice: è gente dell’entroterra, vengono tutti «da traverse e vicoli, strade e viali, dall’est e dall’ovest, e qui si ritrovano tutti. E Ismaele chiede: ma ditemi, ditemi voi… quale la forza di quale demone li attira qui? Angelica? Diabolica? Magnetismo animalesco?

Dice Ismaele: «Prendete il più distratto degli uomini quand’è sprofondato nei suoi sogni: mettetelo in piedi, mettete i piedi in movimento, ed egli vi porterà infallibilmente all’acqua». L’acqua sembra incontrarsi con la filosofia, come l’assetato con il professore di metafisica, che se s‘incontrano si chiedono “Perché?”, e arrivano, questo è, ad interrogarsi sul perché del bisogno di acqua. Sulla vita? E prendete un artista ispirato. Dipinge per voi «il più fantastico, il più ombroso, il più quieto, il più incantevole tratto di paesaggio romantico di tutta la valle». Ma qual è – chiede Ismaele – l’elemento principale che è nascosto nei suoi pennelli? Il suo paesaggio è ricco, i colori si rincorrono: «Là si rizzano gli alberi, ognuno col tronco vuoto quasi ci fosse dentro un eremita col suo crocefisso; e qui dorme il prato e lì dorme il branco, e dalla casetta laggiù si alza un fumo sonnacchioso. E un cammino sinuoso s’addentra in remote selve, e raggiunge i sovrastanti sproni de’ monti bagnati nell’azzurro dei loro pendìi. Ma per quanto la scena appaia così immersa nell’estasi, e il pino lasci cadere i suoi sospiri come foglie sul capo di quel pastore, tutto sarebbe inutile se l’occhio del pastore non fosse cucito alla corrente magica che ha davanti». L’acqua. O la vita?

Ismaele. Possiamo chiamarlo Ismaele, quest’uomo. L’uomo che ci chiede: «Perché voi stessi, al primo viaggio fatto da passeggeri, avete avvertito un tale brivido misterioso al sentire che voi e la nave avevate perso di vista la terra? Perché gli antichi Persiani consideravano sacro il mare? E perché i Greci gli assegnarono un dio a parte, e fratello dello stesso Giove? Certo tutto ciò non è senza significato. E ancora più profondo è il significato di quella storia di Narciso, che non potendo afferrare l’immagine tormentosa e gentile che vedeva nella fonte, vi si tuffò e morì annegato. Ma quell’immagine la vediamo noi stessi in tutti fiumi e gli oceani. È l’immagine del fantasma inafferrabile della vita; e questo è la chiave di tutto».

Secondo Ismaele «il popolo guida i suoi capi in parecchie cose, proprio mentre i capi neanche lo sospettano». E qui la meditazione s’accende in discussione, e l’assetato, il filosofo e il marinaio fanno notte. E disaccordi. Che all’alba del nuovo giorno sbiadiscono, corrono via, e sono rincorsi. Afferrati, alla sera sono lì ad essere rimeditati.

E dice Ismaele: «Chiamatemi Ismaele». Chiamiamolo Ismaele». L’uomo che s’imbarca da marinaio semplice. Che sappia nuotare o meno.

(Omaggio a Melville, con scuse per la licenza)

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Moby Dick (Ernesto Bassignano)

 

 

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