Dov’è finita l’Europa? La lezione (dimenticata) della crisi greca, ai tempi del coronavirus

(Uscito, in versione ridotta e con altro titolo, su “Trentino” e “Alto Adige”, 14 luglio 2015 – Pubblicato in versione aggiornata su questo sito il 28 marzo 2020)

Scrivevo nel 2015, e ci rifletto ancora oggi. Di fronte all’emergenza del coronavisus. Che è anche crisi dell’Unione Europea, per ragioni che vengono da lontano, politiche e “strutturali”. Oggi in molti s’affaccendano ad “argomentare” che l’Ue va ripensata, che così com’è non funziona. Bene. Ma dove hanno vissuto in questi anni, quale film hanno visto e hanno raccontato, spiegato, raccomandato? La storia è sempre la stessa: è importante cosa si dice. Ma anche chi lo dice. Con buona pace anche della star del momento: l’intelligente Mario Draghi, che arriva un po’ in ritardo, ma sempre 5 minuti prima di altri, e sempre per gestire ed ottimizzare un modello di società e di Europa dove si cambia di tutto e di più per non cambiare l’essenziale. Un riformismo trasformistico che può avere il potere sufficiente per persistere, ma che non fa i conti con i limiti intrinseci al modello neoliberale. Se non si è in grado di fare di meglio, dobbiamo conviverci, con questa cultura politica egemone. Ma non per questo dirci convinti. E’ un problema di cultura politica.

“E lascio agli altri un altro parlare, quel parlare che non mi assomiglia” (Gianmaria Testa, Il passo e l’incanto, 2006)]

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  1. 2015. E’ curioso come in pochi anni ci siamo abituati a parlare di default o fallimento di uno Stato. O a trattare i suoi problemi di indebitamento finanziario o di insolvenza con il linguaggio con cui parliamo dell’insolvenza o del fallimento di un’azienda privata, come se si trattasse di faccende di diritto privato tra debitori e creditori. Uno Stato che fallisce può essere messo in liquidazione dai suoi creditori così come avviene per un’azienda? E come? Chi procede al pignoramento e di cosa? Cosa viene messo all’incanto e chi si fa carico e come dell’operazione? Mi è difficile immaginare in cosa tutto ciò possa concretamente tradursi. Mi è più facile pensare allo scivolare di uno Stato insolvente in una condizione di sudditanza. Ma sudditanza è un concetto della politica, anche quando è provocata da cause economiche e dettata da un altro Stato, da un insieme di Stati o da potentati e organizzazioni della finanza internazionale nelle vesti di creditori. Al limite, uno Stato può deperire fino all’estinzione politica, ma questo, solitamente, a seguito di eventi traumatici e violenti. E’ un segno dei tempi vedere tutto in chiave economica e non accorgersi che molte delle vicende e delle decisioni che si adornano di numeri e di contabilità sono dettate da una ratio squisitamente politica, e riflettono rapporti di potere sebbene i soggetti protagonisti non sempre siano quelli che convenzionalmente qualifichiamo come politici, quali i parlamenti, i governi o i partiti politici. Questo fenomeno di trasfigurazione della politica è vecchio quanto la storia dell’uomo: la politica è potere e il potere non è sempre visibile nella sua forma politica con cui noi siamo convenzionalmente abituati a identificarlo (gli antichi parlavano di arcana imperii).
  2. L’irruzione del referendum greco nelle trattative tra il governo di Atene e la troika ha reso esplicito il gioco di potere nelle tabelle numeriche che le parti si scambiano. Ha ritradotto questioni apparentemente tecnico-finanziarie in questioni politiche, fino a ricollegarle a considerazioni di ordine democratico e geopolitico.

Non porta molto lontano colpevolizzare e denigrare i cittadini che esprimono dissenso o avversione nei confronti dell’Unione Europea, dell’euro o delle politiche finanziarie neo-liberiste, come sta accadendo con il referendum (2015) voluto dal governo greco a proposito dell’accordo con la troika, e anni prima con i referendum francese e olandese sulla “Costituzione” europea (2007). Difficilmente servirà alla causa europea squalificare il voto popolare attribuendogli motivazioni malsane, confuse o indegne, oppure ripetere che con simili comportamenti politici i cittadini riescono solo a farsi del male. Reazioni del genere sono ancora meno utili alla causa della democrazia in Europa o della democratizzazione dell’Europa, che già non godono di ottima salute. Esse, infatti, esprimono un elitismo tecnocratico o paternalistico, più o meno illuminato, che non è in grado di cogliere la politicizzazione in corso dell’Unione Europea: nell’epoca contemporanea le decisioni che riguardano l’UE passano anche attraverso i circuiti della politica, dell’opinione pubblica e della democrazia di massa e le loro procedure (a partire dal voto). Come ci ricorda la teoria democratica contemporanea, senza concessioni a facili populismi, affidare il “bene comune” di una cittadinanza esclusivamente a minoranze competenti e virtuose (nel migliore dei casi) o, peggio, a oligarchie interessate, è altamente opinabile sul piano etico-politico, non meno che su quello dell’efficacia “tecnica” della soluzione dei problemi (cfr. R. A. Dahl, Democrazia o tecnocrazia, 1987).

In Francia, la chiara maggioranza dei cittadini che nel 2007 ha votato “no alla costituzione europea” al referendum (quasi il 55%) è uscita da una prolungata e intensa campagna referendaria che ha visto schierati per il “sì” quasi tutti i principali partiti politici, gran parte dell’opinione pubblica e del mondo culturale, dei mass media e dello spettacolo. Il “sì” ha vinto nei quartieri dei ricchi, il “no” in quelli popolari. Il “sì” è prevalso tra i liberi professionisti e i dirigenti, tra i percettori di redditi mensili superiori ai 3.000 euro e tra i cittadini in possesso di un titolo di studio universitario. Negli altri casi ha prevalso il “no” (cfr. G. Nevola, Democrazia, Costituzione, Identità. Prospettive e limiti dell’integrazione europea, 2007). Il confronto tra questi dati e le indignate reazioni di numerosi osservatori sulla vittoria del “no” fa riflettere sullo stato e/o sulle visioni della democrazia nel nostro tempo: “ribellione delle masse” o “ribellione delle élites”? Poi, nel 2016, arriva il referendum britannico sulla Brexit, che nel 2020, dopo due anni e mezzo di estenuanti trattative, e non già all’indomani dal referendum (come intimava, quasi per ripicca, Juncker, allora Presidente della Commissione UE), approda all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europa (e non dall’Europa, se lo vogliamo capire).

  1. Nella stessa direzione vanno anche altre considerazioni. Ad esempio, lascia interdetti la persistente tendenza (di politici, analisti, media e tanti cittadini) a colpevolizzare e a squalificare gli Stati nazionali, che vengono accusati di trincerarsi nella difesa del loro potere e della loro autorità, e quindi di essere responsabili di ogni mancato sviluppo dell’Unione Europea. Ma vogliamo forse credere che in politica il potere e la sovranità si acquistino per gentile concessione? Possiamo davvero pensare che a “mentire” o a manipolare le responsabilità o a difendere i propri interessi siano solo gli Stati nazionali e le loro classi politiche, e non già anche le istituzioni e il ceto politico-amministrativo di Bruxelles, i grandi gruppi economico-finanziari globali?

Un’ultima formula retorica ripetuta da tempo dice che per il Vecchio Continente l’Unione Europea non è più soltanto un’opzione, bensì l’unica strada aperta: l’Europa non avrebbe alternative. Ci sono buone ragioni per condividere questo convincimento, salvo tenere presente: 1) che, in ultima istanza, senza “alternative” non c’è né politica né democrazia; 2) che in politica e in democrazia l’aspetto saliente è stabilire di quale Unione Europea parliamo, quale Europa vogliamo e siamo in grado di avere. Al di là di ciò, tuttavia, questo argomento si può prestare (e di fatto si è prestato) ad un uso politico-retorico propenso ad alimentare un “pensiero unico” dell’Europa e sull’Europa, a nutrire ortodossie politiche (compresa quella europeista) tese a delegittimare e ad emarginare dal discorso pubblico idee e posizioni dissenzienti. Il prevalere di orientamenti del genere ha finito per inibire un serio e genuino dibattito, ostracizzando idee e valutazioni “fuori dal coro”. In altri termini, la retorica del “non ci sono alternative all’Europa” non appartiene al linguaggio della democrazia. Essa andrebbe pertanto utilizzata, se proprio lo si vuole, con molta parsimonia e prudenza.

Dopo mezzo secolo di processo integrativo, ancora oggi l’Unione Europea fatica a coinvolgere il cittadino comune, non riesce a mobilitare o ad attrarre l’opinione pubblica di massa attorno all’Europa come progetto politico. E difatti, quasi immancabilmente, ogni qual volta gli elettori sono chiamati a pronunciarsi con un voto che riguarda l’integrazione europea, essi manifestano chiari segni di scetticismo o di disinteresse, e talora di contrarietà. Il punto diventa problematico se consideriamo il contesto storico e politico-culturale odierno. Oggi, infatti, a differenza di epoche precedenti, l’integrazione europea ha luogo dopo e non prima dell’affermazione della democrazia, ossia in un contesto storico di egemonia politico-culturale del valore-democrazia (cfr. G. Nevola, Democrazia, Costituzione, Identità. Prospettive e limiti dell’integrazione europea, 2007). Il fatto è che, stretta tra tecnocrazia utilitaristica e neo-populismo democratico, l’Unione Europea viene messa a repentaglio nella sua credibilità presso l’opinione pubblica di massa: la fiducia dei cittadini nelle istituzioni europee, osservata con occhio storico di lungo periodo, è infatti da tempo declinante e il problema della legittimità democratica si addensa sempre più nei suoi orizzonti.

  1. Sappiamo che l’identificazione tra il Trattato di Maastricht (1992) e l’Unione Economica e Monetaria (1998), ossia l’Europa dell’euro, è filologicamente scorretta. Il primo si riferisce all’Unione Europea in senso lato e possiede uno statuto internazionale che apre ad una molteplicità di disposizioni comuni europee (politica estera sicurezza, amministrazione della giustizia, politiche sociali, cultura, istruzione, eccetera); la seconda, al contrario, ha ritagliato per sé soltanto uno dei titoli dei quali si compone il Trattato di Maastricht: il pilastro relativo alla dimensione economico-finanziaria-monetaria. E’ però anche vero che nel corso degli anni il percorso di attuazione del Trattato di Maastricht ha comportato un restringimento della portata e delle prospettive del trattato, al punto da rendere fondato sostenere che, in ultimo, il trattato ha trovato la sua più concreta traduzione proprio nell’unione economica monetaria, con la correlata adozione dell’euro e l’istituzione della Banca Centrale Europea: è il “modello Maastricht”di Unione Europea, o di integrazione europea (cfr. G. Nevola, Democrazia, Costituzione, Identità. Prospettive e limiti dell’integrazione europea, 2007). L’unione economico-monetaria ha quindi segnato un’intera fase del progetto europeo, quella nella quale, per molti aspetti, siamo ancora dentro. Questa fase, tuttavia, è entrata progressivamente in crisi. La realizzazione dell’unione economica e monetaria, con la Banca Centrale Europea, i “parametri di Maastricht”, patto di stabilità e moneta comune, non è stata solo un fatto tecnico, economico o di ragioneria. Essa ha espresso una volontà politica: tanto nella decisione istitutiva, quanto nella definizione dei contenuti specifici e degli obiettivi da perseguire per il suo tramite. La direzione seguita è stata quella di completare il mercato comune europeo, di garantire stabilità finanziaria e monetaria ai Paesi membri dell’Unione, di dotare l’Unione Europea di strumenti regolativi in grado di consentirle di operare nella competizione globale. Ma la posta in gioco è stata anche di agevolare la crescita economica europea, e di promuovere i livelli occupazionali, di “europeizzare” o comunque armonizzare le economie dei Paesi membri dell’Unione e di spingere ad un risanamento dei bilanci finanziari nazionali attraverso “vincoli esterni”; di governare l’andamento dei prezzi e dei tassi d’interesse, grazie alla loro trasparenza e confrontabilità a livello europeo; di ridurre i rischi del cambio valutario e i costi delle transazioni commerciali. Un modello fatto di luci ma anche di molte ombre, che di fronte alle sfide degli ultimi anni (crisi economico-finanziaria, ondate migratorie, coronavirus) mostra la corda anche ai suoi mentori.

D’altra parte, vero è che nel corso degli anni le aspettative associate a questi obiettivi sono state in molti casi deluse. E’ indubbio che la crisi valutaria che ha colpito l’euro già nel 2000, così come la sopravvalutazione della divisa europea rispetto al dollaro, le incertezze nell’operato della Banca Centrale Europea, la stagnazione o bassa crescita economica nell’area dell’euro, i persistenti problemi occupazionali, la rigidità e la crisi del patto di stabilità, abbiano finito per produrre un crescente scetticismo sugli effetti taumaturgici annunciati con l’introduzione della moneta comune. La conseguenza dell’accavallarsi di queste difficoltà è stata che, nel giro di pochi anni, si è consumato un forte riorientamento collettivo, in negativo, a proposito delle capacità di intervento economico-finanziarie dell’UE. Al di là delle responsabilità specifiche imputabili alle istituzioni comunitarie, ai governi nazionali o al mondo finanziario, a prevalere è oggi un clima di generale sfiducia sull’economia europea, sulla necessaria gestione europea delle ondate migratorie o del contagio di un virus: un clima nel quale ormai le insofferenze della gente comune si incontrano spesso con le analisi degli esperti, con le iniziative di alcune forze politiche o di alcuni governi. Il re però è nudo: è sempre più diventato chiaro che il potere all’interno dell’UE è in mano agli Stati e ai governi nazionali, rimanda alle sue dinamiche e non tanto a quelle delle “sovrastrutture” comunitarie che da tutto ciò dipendono (soprattutto le principali, la Commissione Europea e la BCE). Con il corollario che non tutti gli Stati e i governi nazionali hanno la stessa forza.

  1. L’indirizzo economicistico-finanziario e liberista-monetarista che il modello Maastricht ha dato al processo di integrazione europea (riflesso in quello che è stato chiamato il “Washington consensus”) ha individuato una vittima sacrificale: i livelli della spesa pubblica e la cittadinanza sociale (dalle pensioni alla sanità). Questo modello di integrazione europea ha messo progressivamente sotto tensione il “modello sociale europeo”, su un duplice versante: quello della “tenuta” del modello sociale (lo Stato sociale) e quello della realizzazione di un modello europeo di welfare. Sul primo versante, il rigore finanziario e la liberalizzazione-apertura dei mercati (di capitale, lavoro, beni), assurti a regole auree di governo dell’economia, hanno inevitabilmente prodotto effetti restrittivi sui programmi dello Stato sociale all’interno degli Stati nazionali, premendo verso la riduzione della spesa pubblica, e di quella sociale in particolare, e quindi acuendo la crisi del tradizionale modello sociale di sviluppo in Europa.

Hans Kelsen, uno dei padri della democrazia procedurale-costituzionale, non un populista o alfiere della politica anti-sistema, ha scritto: la democrazia «è un metodo politico mediante il quale l’ordinamento sociale è creato e applicato da coloro che sono soggetti dell’ordinamento stesso, in modo da assicurare la libertà politica nel senso di autodeterminazione». Di fronte alla “crisi greca” (2015), l’establishment incarnato dalla troika, e dalla Commissione Europea in testa, mostra non poca “insensibilità democratica”. Il resto è rapporti di potere tra gli Stati.

 

One Reply to “Dov’è finita l’Europa? La lezione (dimenticata) della crisi greca, ai tempi del coronavirus”

  1. Caro professore, sono completamente d’accordo con lei, questa UE è veramente messa male, ma è l’unica che abbiamo, va ripensata dalle basi comunque a mio avviso non ci sono alternative, la Grecia poteva indicarci una terza via ma se anche loro, con tutte le catastrofi sociali subite, hanno reputato conveniente cedere alla troika, ci reputa capaci anche solo permetterci di pensare a un altro pensiero? In democrazia si vota fin che il risultato non sia gradito ai democratici (o ai finanzieri), anche questa volta si è fatto un grande favore ai “populisti” e sarebbe un’ennesima occasione persa uscire dalla pandemia con le stesse convinzioni di quando ne siamo entrati, ma le voci come la sua appaiono flebili, qui c’è da onorare gli eroi e i caduti sul campo, senza far cenno al ccnl della sanità rinnovato con aumenti ridicoli dopo 8 anni, alla chiusura di ospedali e riduzioni di posti letto, alla trasformazione del servizio sanitario nazionale in aziende gestite da manager, questo è il progresso signori.
    Mauro

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