Moderazione e radicalità in politica

(Uscito su “l’Adige”, 8 gennaio 2020; “Alto Adige”, 2 gennaio 20120 – Pubblicato su questo sito il l’11 gennaio 2020)

Oggi la politica confonde la necessità di moderare toni e linguaggio del discorso pubblico con la moderazione dei contenuti e delle scelte della politica. La prima cosa è segno di civiltà, del confronto e della tolleranza nell’arena della libertà e legittimità democratica; la seconda, invece, è cifra di una cultura politica che tende a chiudere o annullare il campo delle soluzioni alternative ai problemi della società. Un esempio, tra tanti, preso dalla cronaca politica italiana: nelle scorse settimane si è assistito a dure polemiche sulla riforma del Mes (l’accordo europeo “salva Stati) tra maggioranza (specie Pd) e opposizioni (Lega e Fratelli d’Italia in testa). Il ministro dell’Economia Gualtieri (Pd) ha accusato la Lega e Salvini di fare <<una campagna terroristica per spaventare le persone>>. Si riferisce ai toni o ai contenuti dell’opposizione al Mes? È importante essere chiari su questo. Ricordiamo che 23 autorevoli economisti accademici hanno firmato un manifesto contro l’approvazione del Mes molto pacato nei toni: <<L’Italia non dovrebbe sottoscrivere la riforma del Mes>>, per esprimere <<il rifiuto della logica che ha finora prevalso in Europa e che si è rivelata perdente dal punto di vista dell’efficacia. L’Italia avanzi delle proposte alternative su tutto il pacchetto delle riforme>>. Considerazioni analoghe su toni e contenuti valgono pure in tema di regolazione dell’immigrazione, di famiglia, di rapporti con l’Ue o libertà di espressione, sui <<pieni poteri>> evocati quest’estate da Salvini. Il linguaggio e i toni in politica sono estremamente importanti. Ma è buona norma non confonderli con i contenuti delle scelte politiche.

Più che nel resto d’Europa, i partiti italiani, specie quelli di centro-sinistra, tendono a moderare la loro politica, si muovono verso il centro. Emblematico è il caso del Pd e delle sue recenti scissioni verso il centro (Renzi, Calenda), ma pure quello del M5S, più contorto e difficile da decifrare. Questo moderatismo politico si è in ultimo manifestato con il passaggio dal governo Conte 1 al Conte 2. Il Conte 1, giallo-verde, benché figlio di un’alleanza piena di contraddizioni tra M5S e Lega, era a suo modo fautore di una politica anti-sistema: all’inizio in salsa “rivoluzionaria” (pensiamo al discorso del premier per il voto di fiducia in Parlamento nel settembre 2018), poi in salsa “riformista” (vedi il “discorso alla nazione” tenuto dal premier in diretta televisiva nel giugno 2019). Il Conte 2, giallo-rosé, si è invece fatto subito interprete di una politica pro-sistema, come mostrano i suoi rapporti d’armonia con i poteri europei, le sue scelte in campo economico o sui migranti, che, ad es., hanno acuito le contorsioni interne ed esterne del M5S, che era arrivato al successo con una politica anti-sistema e ora si trova in crisi di identità e non solo di voti.

Il moderatismo politico facilita la possibilità di andare o restare al governo: minimizza le resistenze da parte dei “poteri forti”, più o meno visibili, della grande finanza, degli apparati tecno-burocratici, delle magistrature, del “deep State”, a livello nazionale, europeo, internazionale. La politica moderata gode dei vantaggi del “potere strutturale” tipico della politica pro-sistema. Ma, non nascondiamolo, il prevalere di questa politica allarga la strada al conservatorismo politico, strizza l’occhio allo status quo, alle gerarchie e alla narrazione ideologica dominanti. Tutto ciò può anche essere gradito a una parte della società. Ma non è facile dire se oggi, tempo di rifacimento della politica, la corsa al centro moderato, specie nel centro-sinistra, porterà a successi elettorali, fossero pure solo quelli di una politica che vive alla giornata. Né basterà nascondersi dietro il movimento delle “sardine”, che dovrà ancora mangiare pane, latte e politica per non risolversi in un ennesimo fuoco di paglia o per non rivelarsi instrumentum regni della politica pro-sistema e dei partiti suoi afasici alfieri.

La crisi delle società europee deve essere affrontata con una “radicalità positiva” di pensiero e azione aperti a orizzonti alternativi. Senza radicalità di visione e coraggio di rompere gli schemi politici e valoriali di un sistema neoliberale sfiatato, non troveremo risposte decenti ai problemi seri che ci assediano: diseguaglianze e povertà economiche che aumentano, crescita e mercato come unica misura di sviluppo e benessere, sottovalutazione della ridistribuzione secondo equità della ricchezza tra le fasce sociali e tra le diverse parti del mondo; aspettative frustrate del ceto medio, degli “ultimi” e dei “penultimi” che duellano tra loro nel “mondo di sotto” sotto lo sguardo preoccupato ma vigile del “mondo di sopra”; esclusione sociale e politica dei troppi che capiscono di non contare nulla, di essere sopportati se non disprezzati dalla “società dei primi & dintorni” che li stigmatizza per povertà culturali e orientamenti beceri; pressioni demografiche e migratorie globali, inquinamento e corruzione della natura, della vita pubblica e negli affari; diffusione di stili di vita poco sostenibili, ammaliati dal consumismo e sedotti dal mito della libertà e dei diritti, dove tutto ha un prezzo ma niente ha valore, dove il senso del limite e dei doveri ammutolisce.

In Italia, ha recentemente osservato Fabrizio Barca, già Monti-boy e ministro, «In questo momento bisogna farsi sentire dalle persone che stanno male e che traducono la loro rabbia in odio» spesso verso chi sta peggio di loro. Penso che politica e intellettuali dovrebbero saper elaborare e offrire alternative: per questo serve radicalità. E sarebbe grottesco, concordo con Barca, <<se chi crede nell’emancipazione sociale sia più cauto dei liberali anglosassoni che avvertono la gravità della situazione. Siamo giunti ad un paradosso: la sinistra è più moderata dei liberali. Chi non si pone il problema della rappresentanza dei subalterni, è il vero irresponsabile».

Siamo intrappolati in un mantra che ci raccontiamo da tempo: è così, si dice, che funziona la nostra società diventata “liquida”; politica, partiti, élites non possono più pensare e agire fuori dagli schemi correnti. Una visione della società e una politica che non fa i conti con questa realtà, si dice, fanno pura ideologia in epoca di fine delle ideologie. Ma questa narrazione è troppo superficiale. O strumentale e interessata. Le ideologie, infatti, quasi a nostra insaputa, continuano ad esistere e come sempre operano, per dirla con Bourdieu, nel «campo del potere», dei rapporti di forza tra i vari soggetti della società. Di più: l’ideologia è risorsa fondamentale del potere. Inseguire il cambiamento sociale, una società e una democrazia migliori è passatempo mediatico o consolatorio se non si prende coscienza delle dinamiche dell’egemonia nel nostro tempo.

Alla fine, se le scelte dei governi fossero solo “tecniche” non avremmo bisogno di politica, di istituzioni e valori politici, neppure di rappresentanti eletti. Basterebbero dei comitati di esperti. Invece dobbiamo fare tutti i giorni i conti con quell’enigma politico che è la democrazia. Auguri, caro lettore.

 

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