Un governo bello e senz’anima? Sulla fine delle ideologie

(Uscito, in versione leggermente diversa e con altro titolo, su “l’Adige” dell’8 dicembre 2019 e “Alto Adige” del 14 dicembre 2019 – Pubblicato su questo sito l’11 dicembre 2019)

Il premier Giuseppe Conte e Nicola Zingaretti capo del Pd si sono scambiati alcune considerazioni sulla politica e l’anima. Non parlano di religione o teologia. Ma di politica. La questione sollevata è se il governo giallo-rosé ha o no “un’anima”, riguarda il bisogno di “un’anima politica”, ossia che la politica di un governo e dei partiti che lo formano non sia solo immediatezza e difesa di interessi a breve termine, ma pure capacità di dare un senso alle scelte che si compiono, alla vita in comune. Il tema può sembrare retorico, e strumentale o frivolo in un’epoca di disincanto e pragmatismo. Ma io condivido simili preoccupazioni, e le prendo sul serio. Perché non abbiamo bisogno di un governo bello ma senz’anima.

Politica con un’anima è quella che ha visione d’insieme della società e della direzione in cui guidarla. In politica possedere un’anima significa avere un’ideologia, una visione del mondo in base a cui, ad es., si dice sì o no allo ius culturae, sì o no all’accordo europeo “salva-Stati” (o a quale accordo), temi su cui tribola il governo Conte 2; in base a cui si decide di mantenere o no i “decreti sicurezza” targati Salvini, il reddito di cittadinanza voluto da Di Maio all’epoca del Conte 1. Ideologie e visioni del mondo non sono moneta corrente della politica e del dibattito pubblico: è di moda indossare i vestiti dell’età post-ideologica. Ma cosa c’è sotto questi vestiti? Ci sarebbero scelte di valore sulle priorità delle cose da fare, sugli strumenti specifici tramite cui arrivare ai fini perseguiti; ci sarebbero giustificazioni da portare a favore dei fini proposti: ad es., “perché” impegnare o no la spesa pubblica sulle pensioni e/o sul reddito di cittadinanza? “perché” aumentare o abbassare le tasse e a chi? “perché” governare i flussi migratori e vigilare l’accoglienza nei porti oppure difendere i porti aperti? “perché” rispettare i parametri finanziari europei o invece sforarli? Ma anche: fino a che punto valorizzare i beni privati e quando quelli comuni, pubblici?

Avere un’anima in politica è sostenere ciò che si ritiene “giusto” fare, e dirlo apertamente ai cittadini. Significa mettere al centro idee e valori, e su questi cercare consenso, non il contrario, ossia mirare al consenso e poi vedere cosa è meglio fare. Politica è etica della convinzione. Ma è anche etica della responsabilità attenta alle conseguenze delle scelte, perciò ai cittadini va detto: riteniamo importante fare “questo”, ma non abbiamo la forza per farlo, per reggere alle conseguenze e reazioni altrui, possiamo farlo solo in parte. Dire pubblicamente di non essere onnipotenti è un atto di onestà politica che può diventare un punto di forza; non vedere o rinunciare in partenza alle alternative sul da farsi è debolezza, opportunismo o ipocrisia: anche questi sono parametri da tenere presente, non esistono solo parametri finanziari ma pure quelli di una politica seria e alta. Discutere dei parametri politici è un dovere, innalza la qualità della cultura politica di un Paese. Ma parametro della politica è anche saper lottare per modificare o allargare l’orizzonte delle scelte possibili definito da chi ha maggiore potere. Altro che virtù della politica post-ideologica!

“Fine delle ideologie” è tesi corrente nel discorso pubblico e nelle scienze sociali. Ma è tesi bizzarra, che non comprende cosa siano le ideologie o “visioni del mondo”, nel senso di “falsa coscienza” (Marx) o in quello di “visioni del mondo” relative e proprie dei vari gruppi di una società (Karl Mannheim). Oltretutto, la tesi rudimentalizza ciò a cui si riferivano Alain Touraine e Daniel Bell, gli studiosi che negli anni ’60 han dato successo all’idea: entrambi si riferivano alla fine delle grandi ideologie o narrazioni politiche del XIX-XX secolo (comunismo, nazionalismo, liberalismo). Per il resto, le società vivono di ideologie, più o meno sistematiche o di grande respiro: cos’altro sono l’ecologismo o il pragmatismo? Dopo la seconda guerra mondiale, in Europa il nazionalismo tramonta. Con il 1989 tramonta pure il socialismo comunista. Sulla scena erompe, egemonico, senza alternative, il neoliberalismo affiancato dal mercato. Oggi, mentre si riaffacciano sulla scena nuove forme di nazionalismo, sovranismo o neo-populismi, screditate dalla cultura dominante, permane la forza del neoliberalismo: una cultura politica che proclama la “fine delle ideologie” e che non ammette d’essere essa stessa ideologia o visione del mondo, foss’anche la migliore o l’unica accettabile. Già negli anni ’60 Helmut Schelsky, sociologo conservatore e di convinzioni tecnocratiche, aveva evidenziato il corollario del corrente modo d’intendere la fine delle ideologie: “fine della politica”, e cestinamento di ogni analisi critica della società che guarda oltre lo status quo, di ogni politica del conflitto o forza di opposizione alla società esistente. Il terremoto del 68, nel bene e nel male, travolse subito questa diagnosi strabica.

Con la delegittimazione, la debolezza o l’assenza di alternative ideologiche nel campo del “politicamente accettabile”, il problema in cui si dimena la politica del “dopo 1989” è la qualità democratica di democrazie reali, neoliberali. Le democrazie storiche d’Occidente non godono di buona salute, istituzioni e governi arrancano, non rispondono ai bisogni e aspettative di vaste parti della cittadinanza. Populismi o astensionismo, a cui di solito si dà la colpa della crisi democratica, sono solo il sintomo di un profondo e sfaccettato “malessere democratico”. La causa sta altrove: destra e sinistra, specie quelle di governo, faticano a rappresentare vere alternative politiche nel campo del pluralismo democratico, le loro differenze sulle idee di società si sono assottigliate troppo. Ma la democrazia vive di alternative: di sfidanti che tengono aperto il futuro, che suscitano passioni politiche e confronti/scontri tra visioni differenti delle cose e della società. Se il campo della politica democratica è tutto occupato da TINA (There Is No Alternative), il “mito democratico”, che è la vera forza della “democrazia reale”, si immiserisce, gli ideali ingialliscono, il malessere politico avanza. Con la caduta del Muro di Berlino si è imposto il “sogno neoliberale”, ma si è presto rivelato poco lieto per molti. Il mondo disincantato, iper-pragmatico, iper-utilitarista e mono-ideologico del neoliberalismo ci ha portato a demo-oligarchie paternaliste, a democrazie del risentimento e della malinconia che sbandano su tanti problemi, spaccate tra “mondo dell’alto” e “mondo del basso”, centri e periferie. Siamo alla postdemocrazia. Se la democrazia vuole davvero essere “the only game in the town”, urge cercare alternative allo status quo, pretendenti legittimi allo scettro democratico non omologabili tra loro.

Dare un’“anima alla politica” significa uscire dalla gabbia della “fine delle ideologie”. È impresa difficile. Volontà politica e lucidità intellettuale sono il minimo sindacale richiesto. Ma cari Conte e Zingaretti, con la vostra ricerca di “un’anima per la politica”, davvero volete mettervi in cammino con “chi viaggia in direzione ostinata e contraria”?

One Reply to “Un governo bello e senz’anima? Sulla fine delle ideologie”

  1. …bella e senz’anima …recita una vecchia canzone di Cocciante, il ritornello è sempre attuale per la nostra politica.Un tempo più serioso,la politica esprimeva il suo vero significato anche nella quotidianità pragmatica,il governo della polis,della città,lavorare per risolvere i problemi sociali.Non sempre ci sono riusciti,tant’è che oggi ci portiamo sulle spalle problematiche vecchie di anni. Sono rimasti solo i sindaci al governo della polis,probabilmente per la loro vicinanza ai cittadini.Il potere centrale si è perso,vive di propaganda,promesse non mantenute etc,un altro mondo.Internet ha aiutato molto questa fase del neoliberismo,la politica si è trasformata in propaganda con il semplice uso di sms,perdendo il contatto con il mondo reale.Io stesso faccio use della rete per contatti di lavoro,ma essendo di vecchio stampo voglio poi conoscere le persone con cui mi relazione telefonicamente,il rapporto umano deve essere alla base dell’interazione.Un cilc non vale una stretta di mano,una discussione verbale.Cosi abbiamo perso i contenuti, le ideologie si sono liquefatte.La democrazia stessa ha perso tanto del suo valore,ci ritroviamo ministri eletti con 50 clic,la partecipazione è minima e la rappresentatività ridotta al lumicino,certificata non si a bene da chi.Noi cittadini ormai siamo inerti,accettiamo tutto passivamente,forse con l’avvento delle sardine qualcosa si sta muovendo.Avendo vissuto il 68 mi verrebbe da proporre una soluzione pacifica: circondiamo pacificamente il parlamento,teniamo per buono il Presidente della Repubblica,mandi a casa quei quattro cialtroni che sono in parlamento,istituisca una costituente con 100 saggi che in italia non mancano,e riscrivano le regole del paese.Meno burocrazia,migliaia di enti inutili ,regioni che sono una voragine di spesa,province che ci sono e non ci sono,nuove regole per parti sociali e imprenditoriali. Il lavoro non manca.Probabilmente qualcuno dirà che non è una vera democrazia,ma anche circondare il parlamento pacificamente è democratico.

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