Migrazioni, governi, Unione Europea. Attenzione alla democrazia guercia

(Uscito, con altro titolo e in versione leggermente diversa, su “l’Adige”, 2 settembre 2019 – Pubblicato su questo sito il 3 settembre 2019)

Traffico. Palazzo Chigi: Conte va e Conte viene. Governo: esce la Lega, entra il PD, resta il M5S. Conte II: «Un governo di discontinuità», parola di Zingaretti; «Non rinneghiamo il lavoro fatto», parola di Di Maio. Quanto valgono le parole di politici e governi in tempi di rocamboleschi, repentini e indigesti voltafaccia? Ad esempio, sulla questione migratoria. Traffico di barconi e navi. Scomparso dalle prime pagine, nel Mediterraneo è invece sempre intenso: centinaia di persone recuperate e trasportate dalle imbarcazioni Ong; decine i morti e dispersi; i ministri 5 Stelle ora firmano i divieti di sbarco voluti da Salvini; Paesi europei più disponibili ad accogliere migranti; navi Ong pronte a fare rotta su porti ieri irraggiungibili, come se oggi la Germania fosse meno distante da Lampedusa. Non nascondiamola: la questione migratoria sarà difficile sfida anche per il Conte II, nato sotto le coccole e la regia del Quirinale. Sulle migrazioni, quanto varranno le parole di Zingaretti e di Di Maio? Quanto quelle di Conte I? Quanto quelle di ieri, quanto quelle di oggi? Salvini è ora fuori dal governo, ma il problema migratorio che aveva contribuito non poco a portarlo al governo, è reale e non esce dalla scena: i ministri vanno e vengono, la questione migratoria si può manipolare, ma resta sul tavolo perché esiste.

Una delle principali leve del successo elettorale di Salvini, dall’opposizione a dal governo, è stata la questione migratoria, e il rigorismo salviniano. La linea leghista ha fatto breccia persino nel PD al governo, con le misure di regolazione del sobriamente arcigno Minniti ministro degli Interni: freno alle scorribande delle barche-migranti e alle navi delle Ong, ai “porti aperti” e agli sbarchi a Lampedusa “a prescindere”. Minniti, il “cattivista di sinistra”, per questo fu molto avversato dagli ambienti progressisti e dal suo partito, che non gli hanno perdonato scelte dal “sapore salviniano”, per quanto più calibrate e meno sventolate ai cittadini; per questo, oggi il Pd esita a volerlo agli Interni, come pure parte del gruppo dirigente vorrebbe e come avrebbe un suo senso. Il “salvinismo migratorio” è stato in armonia anche con il M5S, tanto che, nei primi mesi del governo Conte I, Di Maio lanciò una pubblica offensiva contro le navi Ong, accusate di traffico di migranti e di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Del resto i decreti “sicurezza-immigrati 1 e 2”, che tanto scandalo e opposizione hanno provocato in una parte del Paese, han visto unito il governo giallo-verde e sono stati difesi apertamente da Conte e Di Maio, non solo da Salvini. Ci piacerebbe che, senza l’alibi della Lega al governo, politica e opinione pubblica l’affrontassero sulla base di una diagnosi seria e non edulcorata; il primo passo è non confondere i sintomi del problema con le cause.

Migrazioni di massa: le ragioni non stanno tutte da una parte. La polarizzazione toglie respiro alla cultura politica, irrigidisce le istituzioni, impedisce di comprendere e accartoccia le soluzioni. Questa dovrebbe essere la premessa, morale e realistica, di ogni posizione, perché non ci sono ricette facili. Nella storia, come nella vita, non si torna indietro. Ma occorre lucidità per tracciare la direzione.

Da questo punto di vista sono del tutto fuori posto le parole di Guenther Oettinger, commissario Ue uscente, rilasciate pochi giorni fa in un’intervista radiofonica all’emittente tedesca Swr. Le sue parole, tolte pochissime eccezioni, non hanno avuto né spazio né il dovuto rilievo nella grande stampa italiana, benché riportate dall’Ansa. Eppure meritano attenzione, perché sono parole che ledono il metodo e il credo democratico, corrompono le funzioni della Commissione e contribuiscono a tenere sotto il tappeto i nodi politici, economici e culturali della questione migratoria. Dice il commissario tedesco: «Da europei dobbiamo riconoscere i compiti svolti dall’Italia per la sua posizione geografica e dobbiamo aiutarla», cambiando il meccanismo di redistribuzione dei migranti dopo i salvataggi in mare, tenendo conto dell’esposizione italiana ai flussi migratori nel Mediterraneo. Meglio tardi che mai, va bene. Ma Oettinger, purtroppo, spiega anche i motivi di questa nuova sensibilità verso l’Italia, e svela perché, contrariamente a ieri, “ora si può”: «Così la politica di Salvini non avrà più posto nel nuovo governo… Se cambiano i toni da Roma, fare tutto il possibile per facilitare il lavoro del nuovo esecutivo italiano».

Queste parole esprimo l’orientamento politico della Commissione Ue. Oettinger non è nuovo a manifestarlo con chiarezza: ad esempio, pochi giorni prima della nascita del governo giallo-verde guidato da Conte, in un’intervista a Riegert (corrispondente di DwNews a Strasburgo), disse: “I mercati insegneranno agli italiani a votare per la cosa giusta, a non votare per i partiti populisti”.  Parole del genere non sono semplici “incidenti di comunicazione”, come spesso si dice. Sono spie eloquenti di come, alla fine, funzioni la democrazia italiana di questi tempi, gettano non poca luce sulle politiche europee: lasciano trasparire la spietata e lucida guerra dell’Ue, a colpi di trattati e regolamenti, contro la politica anti-sistema e a difesa della politica pro-sistema. Ma non solo. Per l’ennesima volta emerge una politicizzazione ormai sfacciata della Commissione Ue. Le numerose uscite à la Oettinger richiamano dinamiche non esattamente edificanti e l’immarcescibile peso della “politica di potenza” nei rapporti tra Bruxelles e i governi democratici dei Paesi membri e tra gli Stati dell’Unione Europe.

Ricordiamo ai commissari Ue che è solo se riconosciuto come democratico che un Paese fa parte dell’Ue, come recitano carte e i principi Ue. E la democrazia degli Stati membri va rispettata sul serio, se non si vuole che perda ogni credibilità. Nemmeno un commissario europeo può pubblicamente rivolgersi alle istituzioni di un Paese membro dicendo: “se cambiate politica e governanti, vi aiuteremo”. La Commissione Ue, ahimè, riesce sempre meno a pronunciarsi “pubblicamente” con la dovuta misura: da alcuni anni non esita a condizionare esplicitamente le libere scelte di un Paese, dei sui gruppi dirigenti, dei partiti e degli elettori, con la tecnica del bastone e delle carote. Ai commissari, data la loro delicata funzione, compete invece di parlare con dichiarazioni ufficiali, con atti formali, in ottemperanza a quanto prescrivono trattati e regolamenti, ai quali la Commissione peraltro si rifà nei giorni dispari ma non in quelli pari. Dire pubblicamente, da Bruxelles, che con gli Italiani ci si comporterà in modo differente, a seconda che facciano fuori o no Salvini, suona come un ricatto alle libertà democratiche, come una promessa di “favore clientelistico” elargito dal patron di un circolo o di un clan ai suoi clientes. O come una minaccia. Vorrei ricordare al commissario Oettinger: credevamo che la cultura dei favori e delle minacce avesse ceduto il posto a quella dei diritti e dei doveri, e proprio da una carica come la sua arrivano invece docce fredde. Sembra di essere ripiombati ai tempi in cui, nel dopoguerra e negli anni ’70, gli Stati Uniti si mettevano di traverso al PCI. Ma gli Stati Uniti erano una potenza straniera, per quanto “amica”, impegnata nella Guerra Fredda. Altro è, o dovrebbe essere, l’Unione Europea, di cui Roma è socio fondatore e, assieme agli altri membri, co-padrone della “casa comune europea”. Se le cose stanno diversamente, si abbia allora coraggio e onestà, a Bruxelles e nelle cancellerie del Continente, di dire che siamo nel mezzo di una nuova guerra fredda, di una “nuova guerra civile europea” tra le famiglie ideologiche e interessi internazionali, tra élites e contro-élites.

La dichiarazione del commissario Ue va subito respinta al mittente, pubblicamente. Il Presidente Mattarella, con saggezza e sobrietà, ma anche con fermezza, faccia sentire pubblicamente la sua voce: a difesa del popolo italiano di cui rappresenta l’unità e a difesa delle istituzioni della democrazia italiana di cui è garante costituzionale, e di cui, piaccia o meno, il ministro Salvini è stato libera espressione di governo. Conte, in quanto premier uscente o entrante (scelga lui), ha il dovere di difendere la credibilità del governo dai troppi disinvolti commissari Ue, di cui Oettinger è solo punta di un iceberg: lo faccia nel merito, come co-firmatario dei “decreti sicurezza”. Tutti i leader politici, da Di Maio a Zingaretti, che vogliano mantenere o no le misure del governo di cui Salvini era ministro, dovrebbero farsi sentire. Lo stesso agli organi di stampa.

Sull’immigrazione contano anche i toni, di tutti. Ma anche, credo, la sostanza dei problemi. Alla Commissione andrebbe ricordato ogni giorno che dall’Ue ci si aspetta un convinto operato per la revisione degli accordi di Dublino sui flussi migratori e sulla destinazione dei migranti tra tutti i Paesi membri; che le istituzioni Ue denuncino pubblicamente i Paesi che rifiutano la condivisione dei migranti soccorsi secondo il diritto dei mari, anche se i loro rappresentanti sono parte della maggioranza che sostiene la Commissione uscente o entrante. Se l’Europa e la questione migratoria restano sui binari finora seguiti, sia la prima sia la seconda resteranno in un vicolo cieco. In un vuoto di risposte strategiche che prima o poi qualcuno riempirà. Favori e “aiutini secondo convenienza” portano a una democrazia guercia e a governi che non gradiamo.

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